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Responsabilità che vengono da lontano

Al di là dell’arresto di Ricucci e delle baruffe post elettorali, la notizia importante di oggi a mio parere è che il Petrolio ha raggiunto un nuovo record a 72 dollari al barile, e gli esperti non escludono che a breve possa superare gli 80, come ai tempi della rivoluzione khomeinista nel 1979.

In un periodo in cui si parla di incontri e scontri di civiltà e di tensioni con i principali produttori (o meglio, fruitori delle ricadute della ricchezza naturale) della fonte da cui tutti oggi dipendiamo, vale a dire i paesi islamici, sarebbe gradevole che una buona parte della classe politica ci facesse leggere nelle agenzie, tra una battuta e un’altra, un dibattito alimentato anche da questi temi.

Invece nisba. Poco o nulla. E spesso sono solo dichiarazioni pretestuose sul tema del giorno che, irrimediabilmente, domani lascerà il posto ad altro.

Si può credere o non credere più di tanto in un’eventuale e futuribile economia all’idrogeno, si possono considerare o non considerare come qualcosa di insignificante le energie alternative che attenuerebbero la nostra dipendenza economica e politica dall’oro nero, ma bisognerebbe almeno pensarci e mettervi mano seriamente.

E comunque, anche i sostenitori meno accaniti, danno un qualche valore alle fonti energetiche rinnovabili. Il solare ha visto nel mondo una crescita esponenziale, l’eolico a livello mondiale cresce del 40% circa.

Sebbene l’Europa nel suo complesso stia investendo notevolmente nelle fonti energetiche pulite, in questo settore l’Italia degli ultimi decenni non sembra essere stata assolutamente all’altezza delle potenzialità offerte dal suo clima.

Perché il solare è così diffuso nel Nord Europa e così poco nel Sud Italia?

Una progressiva riconversione energetica del Paese attraverso l’incremento delle fonti alternative al petrolio avrebbe potuto rappresentare per l’Italia non soltanto un’istanza ecologica, perché seguiva la naturale vocazione del territorio, ma anche un’opzione volta a stimolare la ricerca e l’innovazione tecnologica, un’occasione per creare occupazione, e soprattutto una precisa scelta geopolitica verso l’affrancamento, almeno parziale, dalla dipendenza dal petrolio.

Chi molti anni fa è stato paladino della scelta antinucleare – ed io continuo ad essere contraria al nucleare con la ragione, prima che con il sentimento – e soprattutto chi, su quel referendum ha edificato la propria fortuna ed il proprio ruolo politico, nonché il suo posto al sole parlamentare, a mio avviso porta con sé una grande responsabilità storica, e cioè il fatto di non essersi battuto affinché, in anni in cui molti ecologisti ‘istituzionali’ sono stati al governo, l’Italia cambiasse rotta nel settore dell’energia e divenisse un elemento di eccellenza, facilitata anche dal proprio clima. E, paradosso dei paradossi, si è permesso che l’Italia tirasse avanti acquistando a caro prezzo l’energia nucleare prodotta da paesi vicini, la cui produzione non metteva al sicuro nemmeno l’Italia da un eventuale incidente nucleare. Dunque nulla di veramente serio in questo senso è stato fatto, e temo proprio che il treno sia passato: certo, quello che era possibile realizzare avendo venti anni di tempo avanti a sé, non è più fattibile oggi.

E quindi, non sapendo nemmeno bene quali costi, quali tempi e quali rischi comporti, tutti esorcizzano la paura ricominciando a parlare di nucleare. Davvero un bel capolavoro per i Verdi.

Domanda, c’è qualcuno in questo Paese – verde e non verde - che si sente chiamato a risponderne politicamente?

Pubblicato il 18/4/2006 alle 17.46 nella rubrica Al momento abbiamo un solo pianeta.

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