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La fine dell’equivoco Verdi. Appunti e spunti per un centrodestra ecologista

Quello che da anni mi fa soffrire e spesso ferocemente arrabbiare del centrodestra italiano è l’attenzione troppo sporadica ai temi ambientali e l’assenza di una visione globale di quanto il nostro rapporto con il pianeta Terra debba rappresentare una priorità assoluta per la politica. Tutto qui.
Ma la responsabilità del centrodestra in questo senso è soltanto parziale: il punto è che purtroppo in questo campo è proprio l’Italia in generale ad avere troppo spesso una visione limitatissima ed assolutamente provinciale di questo aspetto importantissimo della vita ed anche dell’economia: in poche parole, è l’Italia a non essere ancora europea, e con essa anche i suoi partiti politici. Io sogno invece un centrodestra italiano che sia anche europeo ed ecologista. E’ forse un sogno impossibile?

Vecchie visioni, vecchie icone
Una delle principali sfide che attende chi voglia occuparsi di politiche dell’ambiente consiste nel fatto che in Italia occorre uscire finalmente da un’idea di ambientalismo e di anti-ambientalismo che sono vecchie ormai di trent’anni.
Nell’immaginario generale pesa ancora troppo la contrapposizione tra due icone che si sono consolidate negli anni ma che al giorno d’oggi appaiono ormai cosa falsa e grottesca: da una parte c’è il paladino dell’ecologia, un duro e puro dalle tendenze pauperiste e veterocomuniste, che si colloca politicamente nell’estrema sinistra, ed è capace soltanto di agitare spauracchi e slogan banali; dall’altra parte c’è un insipiente ed ottuso consumista oltranzista e un po’ cialtrone, che politicamente si colloca a destra, il quale conserva gelosamente una visione miope ed insipiente di progresso, fatta soltanto di cemento e di industrie inquinanti, senza scrupoli, senza attenzione verso il pianeta ed incapace di prospettiva alcuna.
Eppure basterebbe rivolgere uno sguardo all’estero ed agli altri paesi europei in particolare, per comprendere quanto gli scenari siano di gran lunga più complessi e come il quadro politico stia evolvendo in maniera completamente diversa.

Nel mondo la partita politica si gioca sui temi ambientali

Nelle ultime due tornate elettorali italiane nei programmi si è parlato poco ed in maniera confusa del tema dell’ambiente, mentre nel resto del mondo risuonava tutta un’altra musica, e mai come negli ultimi tempi è risultato evidente quanto questo argomento sia divenuto una priorità politica.
L’attenzione in tal senso era in molti casi già alta, ma forse un punto di svolta è stata la presentazione del rapporto commissionato dal governo britannico all’ex capo economista della Banca Mondiale Nicolas Stern, che ha messo in luce quanto l’inerzia dei paesi industrializzati sul clima potrebbe portare verso una vera bancarotta mondiale, un collasso economico maggiore della crisi del 1929.
Il rapporto Stern, pubblicato nell’ottobre 2006, ha segnalato che i costi per risanare gli interventi dell’innalzamento del livello dei mari, della siccità o delle emigrazioni di massa conseguenti ad uragani ed inondazioni potrebbero aggirarsi fino al 20% del Pil mondiale.
Se da una parte queste previsioni spinsero Blair a chiedere che venissero presi provvedimenti urgenti a livello europeo ed a nominare come consigliere speciale della Gran Bretagna sul cambiamento climatico proprio Al Gore, in generale si è consolidata una consapevolezza che spinge sempre più verso un impegno per la salvezza del pianeta. Tale impegno in molti casi è politicamente trasversale ma, comunque, non risparmia i moderati dei vari paesi occidentali.
E allora se negli Usa è evidente l’attivismo dell’ex vicepresidente Gore, che arriva a portarlo addirittura verso il Nobel, a nessuno sfuggono nemmeno le scelte del governatore repubblicano della California Arnold Schwarzenegger, che scavalca di gran lunga il presidente Bush, prendendo le distanze dalla sua marcia indietro sul protocollo di Kyoto e lamentando «l'assenza di una politica federale coerente» contro l'effetto serra. E lo stesso Schwarzenegger non mancò nemmeno di stringere con il premier laburista britannico Tony Blair un'alleanza per ridurre le emissioni inquinanti.
E non è da meno il leader dei conservatori inglesi David Cameron, il quale ha posto sin dall’inizio un fortissimo accento sull’ecologia: dalla scelta di andare al Polo Nord per verificare con mano i danni dell'effetto serra, al fatto di andare ogni giorno in ufficio in bicicletta, con tanto di casco e giacca a vento, o infine alla proposta di incentivare le auto ecologiche e tassare quelle inquinanti.
In occasione delle ultime elezioni presidenziali in Francia, poi, ciascun candidato ha espresso nel dettaglio le proprie posizioni sulle politiche ambientali che intendeva portare avanti in caso di vittoria. Nicolas Sarkozy, ad esempio, tra le altre cose aveva proposto di riformare 'a fondo' la fiscalità verde, affinché i comportamenti virtuosi divenissero meno costosi di quelli inquinanti, e soprattutto di promuovere la creazione di un diritto internazionale dell'ambiente. Ma soprattutto, al momento dell’elezione, la sua prima dichiarazione rivolta anche agli "amici americani", è stata la seguente: "Potete contare sulla nostra amicizia. La Francia sarà sempre al vostro fianco", "ma l'amicizia è accettare che gli amici possano avere idee differenti” e "una grande nazione come gli Usa ha il dovere di non fare ostacolo alla lotta contro il riscaldamento globale; è in gioco il destino dell'umanità tutta intera. La Francia farà di questa lotta la sua priorità".
E proprio Sarkozy in alcuni casi ha fatto squadra col cancelliere tedesco Angela Merkel, cosa che ha dimostrato il ruolo chiave del tema del clima durante la presidenza tedesca della UE.

Persino da parte di Papa Benedetto XVI non sono mancati ripetuti appelli in questa direzione, quando ha affermato che “gli uomini infatti sono posti da Dio come amministratori della terra, per coltivarla e custodirla. Di qui discende quella chepotremmo chiamare la loro 'vocazione ecologica', divenuta più che mai urgente nel nostro tempo"; o ha lanciato un invito ad agire "prima che sia troppo tardi", chiedendo che"da parte di tutti si intensifichi la cooperazione, al fine di promuovere il bene comune, lo sviluppo e la salvaguardia del creato, rinsaldando l'alleanza tra l'uomo e l'ambiente, che dev'essere specchio dell'amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino".

Un grande equivoco italiano: i cittadini verdi e i Verdi partito
Queste ultime elezioni politiche, con la scomparsa del partito dei Verdi dal parlamento, possono essere finalmente l’occasione per segnare la fine di un grande equivoco che si è affermato in questi anni. Della rumorosa assenza italiana di una cultura politica che fosse trasversale intorno ai temi ambientali ritengo abbia avuto in buona parte la responsabilità storica proprio il partito dei Verdi. Questo era nato infatti come forza politica dall’impronta fondamentalmente tematica, ma la sua classe dirigente, con l’avvento del sistema maggioritario, anziché stabilire di sciogliersi in quanto partito e divenire un’espressione politica che ‘disseminasse’ nei vari partiti sia contenuti che persone (vedi l’esempio del partito radicale transnazionale), dialogando sia a destra che a sinistra, ha optato invece per la miope scelta di sopravvivenza del partitino, andando di fatto contro la storia e, soprattutto, contro un vero ambientalismo che fosse efficace, diffuso e capace di incidere nella politica e nella società.
E dopo aver conservato questo piccolo spicchio di elettorato ed averlo portato a sinistra, ha aggiunto danno a danno, tessendo alleanze proprio con la sua parte più massimalista, ed identificando la propria politica con essa, attraverso posizioni fatte soltanto di no e di veti.
Questa stolta politica purtroppo non ha danneggiato soltanto i verdi-partito, ma per molti anni si è anche ripercossa in maniera deleteria anche sugli tutti gli altri soggetti impegnati in questo campo - associazioni, gruppi di cittadini, aree di altre forze politiche – che di riflesso hanno visto lesa la propria immagine da una comunicazione improntata tutta al negativo, e soprattutto volta a far identificare forzosamente qualunque istanza ecologista con un piccolo segmento partitico. Di più: si è trattato di uno scenario che in Italia ha indirettamente favorito persino una sorta di ‘rimozione collettiva’ di ogni tematica verde, allontanando per lungo tempo i cittadini dall’interesse verso queste problematiche, alle quali non si riuscivano ad offrire soluzioni che dessero speranza.

Certo, non si devono addebitare tutte le colpe ai verdi-partito, perché sarebbe quantomeno ipocrita non evidenziare che vi è stata certamente anche un’assenza della politica in questo campo: a destra si è delegato a sinistra, ed a sinistra si è delegato ai Verdi, come se ci si potesse prendere il lusso di dimenticare che l’ambiente è cosa di tutti, che non è un comparto tematico bensì la condizione fondamentale per la vita di noi tutti ed anche per una sana economia.
Tuttavia è essenziale riconoscere che, dopo i primi anni Novanta, la presenza dei verdi-partito spesso ha fatto più male che bene alla causa ecologista in Italia, perché ha di fatto impedito delle serie aggregazioni su questi temi, che potessero essere più forti e politicamente trasversali.

Ed ora speriamo che questa possa essere la fine di un brutto equivoco.
Insomma, occorre partire dal fatto che le politiche dell’ambiente in Italia non dovevano iniziare né tantomeno devono finire con i Verdi, ma che, anzi, la scomparsa di questa formazione un po’ abortita possa essere una buona occasione per chiarire le idee.

Tuttora vi sono dei segnali che indicano chiaramente quanto nel nostro Paese non sia ancora evidente l’attenzione che si sta sollevando nel mondo verso l’ambiente: il fatto che dell’evento del Live Earth, che nel mondo ha coinvolto due miliardi di persone di cui soprattutto giovani, i mezzi d’informazione si siano occupati pochissimo e soltanto all’ultimo momento, o ancora il fatto che il film di Al Gore - proiettato in tutte le scuole inglesi, vincitore prima dell’Oscar e poi in un certo senso del premio Nobel - abbia avuto scarsissima programmazione nelle sale cinematografiche italiane, o in ultimo la sbiaditissima partecipazione dell’Italia alla Giornata della Terra, sono tutti segnali del fatto che forse ci stiamo ancora muovendo ad una velocità diversa, e che questo divenire dell’ambiente elemento chiave dell’agenda politica presto potrebbe sorprenderci e coglierci impreparati.
I sondaggi già dimostrano che l’ecologia occupa un posto altissimo tra le preoccupazioni per il futuro dei giovani italiani. Ma per occuparsi di politica dell’ambiente occorre prima di tutto riuscire a rompere gli schemi, saper andare oltre degli atteggiamenti passivi e consolidati e, soprattutto, oltre una faziosità un po’ becera sull’argomento, alimentata da anni di indifferenza e di inerzia inconsapevole.

Per concludere, un esempio
Per concludere, per fornire un esempio di questo nuovo approccio alle politiche ambientali che va delineato, ritengo molto utile citare nuovamente alcuni passaggi di un’intervista rilasciata ad una rivista italiana da un noto ecologista e politico inglese, il quale afferma che “Solo i conservatori possono governare il mercato e salvare il pianeta”.
L’ecologista in questione è Zac Goldsmith, ex direttore del mensile The Ecologist e poi braccio destro di David Cameron. Goldsmith, anche per età anagrafica ed estrazione economica (classe ’75 e famiglia miliardaria), non  corrisponde certo alla vecchia immagine stereotipata dell’ambientalista di cui sopra.
Egli sovverte completamente la prospettiva politica corrente ed i luoghi comuni sull’argomento, quando afferma che “l’ambientalismo va oltre le distinzioni tra destra e sinistra, ma è l’approccio dei conservatori quello più pragmatico e che può riuscire a riorientare il mercato per la salvezza del pianeta: C’è un consenso trasversale sul fatto che il cambiamento climatico richieda azioni urgenti, ma finché i leader non capiranno quali sono i passi da compiere per affrontare realmente il problema non vedremo altro che vaghe aspirazioni e obiettivi irrealistici”(…); “personalmente ritengo che l’approccio conservatore abbia più senso, dal momento che tende a collaborare con le imprese e la gente anziché contrapporvisi. C’è un grande appetito pubblico per la ricerca di soluzioni ecologiche, se siamo maldestri nell’approccio rischiamo di disperderlo e perdere così una grande opportunità. Il cambiamento climatico è l’esempio più chiaro del fallimento catastrofico del mercato. Credo che per correggere questo fallimento il ruolo del governo debba essere quello di valorizzare l’ambiente proprio all’interno del mercato. Questo richiede un quadro legislativo forte, un set di regole in cui il mercato possa operare. Se invece il governo si limita a tentare microinterventi di gestione non riuscirà a correggere gli errori” (…).Un conservatore che non è ambientalista, dal mio punto di vista, non è un vero conservatore. Capacità amministrativa, conservazione, efficienza, riguardo verso le generazioni future, principio di precauzione, intransigenza contro gli inquinatori: sono tutti valori centrali dell’essere conservatore che per qualche tempo sono stati dimenticati. È per questo che George W. Bush viene considerato un conservatore. Secondo me non lo è affatto. È un radicale. Non c’è niente di più radicale che perseguire politiche che minacciano la vita del pianeta. Oggi il Partito Conservatore, sotto la guida di David Cameron, ha dimostrato una profonda volontà di impegnarsi per le grandi sfide del presente. Per questo il dibattito è cambiato radicalmente” (…); e conclude: ”il mercato è il motore più potente del cambiamento ma finora ha alimentato una drammatica devastazione ambientale, fallendo su tutte le questioni più importanti. Se però l’ambiente viene rigorosamente valorizzato nel mercato – in modo che l’inquinamento non possa più essere considerato una mera esternalità – non sarà più conveniente inquinare. Il governo deve fissare un criterio forte per il mercato e consentire al mercato stesso di adeguarsi di conseguenza. Se il criterio è corretto e inflessibile allora il mercato diventerà il nostro alleato, e non il nostro distruttore.”

Pubblicato il 25/4/2008 alle 21.12 nella rubrica Al momento abbiamo un solo pianeta.

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