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Personalmente ho firmato, anche se mi sono stupita del fatto che a raccogliere le firme al tavolo quel giorno ci fossero delle ragazze pagate a giornata che, a parte tre o quattro frasi d'ordinanza, non sapevano un beneamato piffero né della legge elettorale, né di chi fossero i promotori e del perché ci fosse questo referendum. Alla mia ingenua domanda circa il loro gruppo politico o associativo d'appartenenza, la risposta è stata: "Segni, ci ha detto l'agenzia". Vabbè. Io ero abituata ai militanti, a quelli che poco o tanto facevano politica. Ma forse da allora è passato un millennio, altri tempi, altre storie. O forse è vero che in fondo soltanto i radicali sono quelli capaci di raccogliere le firme in questi casi.



Comunque sia, di questo referendum avevo già parlato: bene, ora credo che la domanda da farsi per decidere di firmare non sia se il suo risultato porterà o meno la migliore delle leggi elettorali possibili.

Il punto è che ormai abbiamo ogni giorno dimostrazioni del fatto che i partiti, anche a causa delle attuali regole del gioco, spesso non sanno e non vogliono mettere in discussione i propri apparati e i propri sistemi di reclutamento, che oltre a parlarsi addosso fanno assai poco e ascoltano ancora meno, e che ogni volta occorre un fattore esterno – positivo o negativo che sia – per dare una scossa. E soprattutto che non sono più quelle le vere case della politica.
Per quanto mi riguarda continuo a non amare l’antipolitica, ma credo anche che non sia né vera politica né vera democrazia il fatto di avere in parlamento troppi eletti che, se i cittadini avessero avuto la facoltà di scegliere realmente, probabilmente avrebbero preso meno di cinquanta voti a testa.
E allora diamola questa scossa.


Pubblicato il 15/7/2007 alle 19.29 nella rubrica Cronache politiche.

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