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Un Governo di Mezzo

Il governo ottiene la fiducia con il voto determinante di Follini, cioè di uno che nella passata legislatura è stato vicepresidente del Consiglio del governo Berlusconi II e che in questa legislatura è stato eletto nello schieramento di centrodestra.
Lungi dal voler contestare il principio del divieto di mandato imperativo previsto dalla Costituzione, e mettendo da parte certi ‘buuh’ e certe roventi accuse di tradimento scagliate dal centrodestra (le stesse dovrebbero allora essere rivolte anche a chi ha fatto il percorso inverso al suo), credo che Follini abbia sinceramente delle degne motivazioni politiche a supporto della sua scelta. E che se di scambio si è trattato, questo scambio sia avvenuto sul piano della politica e non di un mercimonio personale.
E lo credo anche se queste motivazioni per il momento nessuno ce le ha spiegate e nessuno sembra averle davvero capite fino in fondo.

Ma il punto non è tanto Follini quanto il fatto che tutto quello che è avvenuto dal giorno delle elezioni ad oggi imporrebbe qualche riflessione circa il sistema in cui si forma e si esplica la nostra politica.

Non che non vi siano stati degli intelligenti tentativi critici da parte di qualcuno. Ricordo ancora la sala afosa e zeppa di persone in cui lo scorso luglio si svolse un convegno piuttosto interessante dal titolo eloquente “I limiti del bipolarismo muscolare”, ed al quale intervennero, in maniera trasversale agli schieramenti, tra gli altri, proprio Follini, Tabacci, Alemanno, Gerardo Bianco e Mario Monti. Quel giorno tirando le conclusioni Tabacci affermò: “questo incontro avrà delle conseguenze”. E come no. Per il momento l’unica conseguenza sembra esser stata che lui e Follini, prima ‘coppia di fatto’ e fondatori di quell’Italia di Mezzo che da ambizioso movimento è divenuto poi un semplice minipartito politico scisso dall’Udc, si sono separati, e che alla fine il primo ha scelto di rimanere con Casini dicendosi “sicuro che Marco manterrà una posizione alternativa alla sinistra che spingerà il centrodestra a cambiare e anche l’Udc” (19/10/2006). Infatti...

 

Ma che governo è mai dunque quello che oggi si è retto sul voto dell’esponente dell’’Italia di Mezzo’(o del ‘senador’ Pallaro, se preferite) e domani chissà?

E, se nel testa a testa della notte elettorale avesse invece vinto il centrodestra, possiamo davvero dire che la situazione sarebbe poi stata molto diversa, o anche in quel caso le sorti dell’Italia si sarebbero giocate su una campagna acquisti volta a guadagnare uno o due senatori?

Allora il tanto osannato principio dell’’o di qua o di là’ è poi proprio la cosa più giusta per l’Italia?

E se per uscire da questo stallo e poter creare uno scenario alternativo per il futuro occorre cambiare le regole, ovvero la legge elettorale, sarà possibile farlo proprio con questo parlamento, dove ciascuno è stato eletto già un mese prima delle elezioni nelle stanze della segreteria del proprio partito, senza di fatto dover prendere un solo voto dei cittadini?

Sono domande a cui per il momento è difficile trovare una risposta.

In questo momento la politica italiana sembra arenata in una terra di mezzo. Che più che altro sembra essere un po’ una terra di nessuno.

Pubblicato il 1/3/2007 alle 2.36 nella rubrica Cronache politiche.

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