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Rassegna stampa: Viva i pochi e sempre presenti (Giuliano Ferrara su Panorama)

Con l'augurio che Pannella termini al più presto lo sciopero della fame e soprattutto quello della sete, segnalo questo splendido articolo di Giuliano Ferrara, che ci ricorda che nonostante tutto in Italia esiste ancora una politica dove il molto si fa con il poco. Grazie.

Viva i pochi e sempre presenti

Sono i radicali, da oltre trent'anni in prima linea con pochi mezzi. E sempre significativi.
Dopo la lunga, legittima, ambivalente, fortissima campagna di Piergiorgio Welby e intorno a Welby si dovrebbe riflettere su una questione politica: Pannella e i radicali si sono aggiudicati, danzando accanto al loro compagno e al suo desiderio di requie, il Natale 2006. Attraverso un caso esemplare, governato nella più acuta ed estrema emozione personale dal suo protagonista e dallo stato maggiore del suo partito, Welby e i radicali hanno introdotto il problema della morte, della loro definizione della morte, e dunque della vita, in tempo di Avvento, come si dice. Hanno ascoltato, hanno parlato, si sono fatti ascoltare, e hanno introdotto nuovi concetti e nuove immagini lancinanti nella immaginazione e nella coscienza pubblica del Paese. Con effetti immediati e ancor più conseguenze di lungo periodo. Negarlo sarebbe da stolti.

Dovrebbe essere chiaro quel che voglio dire. Non c’è alcun cinismo, men che meno affettazione di cinismo. Non parlo di strumentalizzazione, concetto del tutto inidoneo a spiegare quel che è successo quando un uomo morente si è fatto strumento di se stesso per ottenere legalmente un riposo eterno cui pensa abbiano diritto anche gli altri malati che lo desiderino, lottando contro il niente istituzionale e civile, contro il nullismo inconcludente di politici, medici e magistrati, di cui ha parlato con parole forti e chiare Filippo Facci nel Giornale. Dico semplicemente e letteralmente, confortato da fatti verificabili per chiunque, che tra tante chiacchiere su religione e politica, alla fine l’unico vero partito dei valori risulta quello illuminista, laico e laicista.

Fosse una sorpresa, capirei la sorpresa. Ma non è una sorpresa. Sono almeno 32 anni, dai tempi della battaglia sul divorzio, che in forme varie, prendendo fischi e sputi, raccogliendo applausi e gratificazioni morali, esponendosi in prima persona e facendosi scudo di casi terzi assunti in carico, con strumenti arcaici e archetipici come il digiuno e la radio, un pugno di italiani che alle elezioni non prendono molti voti, salvo eccezioni ormai lontane, che non hanno una lira o hanno due lire, che comunicano per prepotente bisogno di dire qualcosa o di gridarla, e non per comunicare l’opaco e il legnoso professionalismo politicante, tiene la scena con atti di governo delle nostre vite, formando letteralmente una coscienza civile e filosofica del senso dell’esistere.

Sono molto di più che amministratori di un’ideologia o guerrieri culturali, sono anche questo, ma in linea di fatto si presentano come ministri di culto senza tonaca. Il culto è quello dei diritti dell’uomo, della libertà di conoscere e di scegliere, e di decidere, affidata al soggetto, all’individuo senza alcuna mediazione veritativa, cioè senza mai presupporre che alle spalle della decisione etica ci sia una distinzione tra bene e male che non dipenda totalmente e irrevocabilmente da noi stessi. Io la penso altrimenti, ma devo constatare che il loro modo di pensarla ha la forza di un pulpito, la capacità di tagliare le onde delle prore delle navi baleniere che stupivano, appunto come fossero pulpiti, gli eroi di Melville in Moby Dick. Questi anticlericali incalliti sono gli unici che sanno governare il rapporto fatale tra religione e politica.

L’ovvia domanda è: perché? Perché se devo parlare di cosucce non molto meno importanti dell’ultima Finanziaria, come la famiglia, la libertà delle donne e il suo significato, la salute, la fame nel mondo, il famoso «diritto d’avere figli», la ricerca per curare, la desistenza dalle cure, la laicità dello stato nella libertà di coscienza, la giustizia terrena e l’ingiustizia terrena, e mille altre questioni di assoluto e incidente rilievo nelle vite di tutti noi, perché nella vittoria e nella sconfitta, nella solitudine e nel corale consenso che cambia lo stato delle cose, via referendum vinti e perduti, campagne più o meno fortunate, alla fine c’è sempre di mezzo questo minuscolo single issue party, questa compagnia di giro che recita a soggetto, con il suo grande e affettuoso e durissimo capocomico?

Voi direte. Non esagerare, la chiesa ha Madre Teresa di Calcutta e la grande macchina di testimonianza e carità che si conosce, oltre ai grandi papi, e il movimento del lavoro ha le sue battaglie e i suoi sindacati, e la Democrazia cristiana nelle sue molte incarnazioni ha lo spazio augusto della mediazione politica permanente, e alla fine con Silvio Berlusconi anche il populismo democratico ha trovato lo spazio per le sue grandi campagne: a ciascuno il suo, direte, è una divisione dei ruoli. Eppure non vi sfuggirà che i radicali sono il molto che si fa con il poco, c’è una sovrabbondanza di politica civile e di segno, di intuizione intorno ai criteri della vita, buona o cattiva è un altro discorso, ma sempre significativi; mentre tutto il resto ha l’aria, quantomeno nel perimetro della vita italiana pubblica, di essere il poco che si fa con il molto, e qualche volta con il troppo. È chiaro che non voglio fare i complimenti ai radicali, da cui mi divide un quasi tutto che ha per premessa il «quasi», ma invitare a pensarci su, a riflettere, tutto quel mondo non radicale, che fa politica intorno alla nostra vita, mai sfiorandola o quasi mai nei suoi problemi essenziali, decisivi e certi.

Pubblicato il 3/1/2007 alle 0.48 nella rubrica Articolo del giorno.

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