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Napoli: ma è qui la guerra?

Leggendo le notizie di cronaca che riguardano Napoli si ha quasi l’impressione che la guerra sia lì. Nelle ultime ore un edicolante è stato ucciso a coltellate per una rapina, gli scippi sono la regola, le aggressioni anche, e di solito sono rivolte soprattutto ai turisti, cioè proprio a coloro i quali potrebbero portare linfa ad un territorio che lamenta sempre carenza di risorse economiche.

Certo, Napoli non è soltanto questo, ma come si può pensare di costruire qualcosa in una città in cui occorre sempre guardarsi alle spalle, in cui la paura pervade sempre un po’ di più coloro che dovrebbero viverla e farla vivere?

Che a Napoli le cose andassero in un certo modo lo si sapeva, tuttavia negli ultimi anni le cose stanno decisamente precipitando, e sembra proprio che il quasi-quindicennio bassoliniano nulla abbia potuto nell’ambito della sicurezza e della vivibilità.

Ma, sopratutto, le notizie di questo genere sui giornali spesso non hanno più nemmeno la dignità di una certa evidenza, e spesso occorre andare a cercarle con attenzione. In fondo è accaduto con l’Iraq, figuriamoci con Napoli. Ma davvero deve diventare come l’Iraq?

Io vorrei essere tra quelli che ci provano a far qualcosa per cambiare questa tendenza, tra quelli dell’Altra Napoli, ma la prima considerazione da fare è che troppo spesso la politica non ha avuto e non ha né il coraggio né la voglia di non fermarsi in superficie e di mettere seriamente le mani in quelli che sono i motivi profondi del caos e dell’invivibilità. C’è sempre una tornata elettorale troppo vicina e se arrivano i soldi servono per fare cassa in termini di consenso elettorale immediato.

E giustamente qualcuno che ha subito una delle tante insopportabili violenze chiede al sindaco Jervolino di darle anche tre sole ragioni per restare ancora in quella città.

Pubblicato il 5/9/2006 alle 22.5 nella rubrica Altra Napoli.

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