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Sul referendum di giugno stavolta hanno ragione i giuristi cattolici

Una Costituzione non è intoccabile, ma deve pur sempre volare alto e guardare al di là degli scenari politici contingenti.

Il resto sarà pure del diavolo tuttavia, come spesso avviene, un sì o un no difficilmente bastano a rappresentare delle posizioni e delle visioni politiche complesse.

E di certo stavolta il taglio che può dividere i fautori del sì e quelli del no non coincide con quello che divide gli elettori di centrodestra da quelli del centrosinistra, e volerci far credere esattamente il contrario è quantomeno una forzatura (per non dire una balla), ed una forzatura che per qualcuno, da furbesca, potrebbe invece diventare autolesionista. Lo hanno capito bene nell’Udc, in cui si potrà certo dire che c’era già maretta, ma questo referendum è stato proprio l’occasione per una spaccatura di fatto, in cui Follini denuncia che il partito sarebbe divenuto eccessivamente subordinato, senza identità, senza appeal, “liquido” lo definisce, e insieme a Bruno Tabacci fonda i circoli dell’”Italia di Mezzo” che, almeno nelle intenzioni, vorrebbero divenire il Terzo Polo.

Se certamente la visione delle regole e della struttura dello Stato ha un portato politico fondamentale e quindi non sono  praticabili da parte di nessuno posizioni assolutamente neutrali sul tema, non si può certo dimenticare che la riforma oggetto del referendum ha preso le mosse soprattutto da istanze dettate da un’area politica ben precisa dello schieramento di centrodestra, e oserei dire anche ben caratterizzata da un punto di vista geografico. Certo si può discutere fino a domani delle manchevolezze della riforma del titolo V fatta dal precedente governo di sinistra e dei ‘buchi’ che ha lasciato nella Costituzione, tuttavia a questo punto una domanda sorge spontanea: è giusto giocarsi tutta la partita politica su questo referendum? E, se è vero che la Costituzione vigente non è e non deve essere intoccabile a tutti i costi, è anche vero che la Costituzione è pur sempre la Carta Fondamentale di uno stato, ed ogni modifica va giudicata solo e soltanto travalicando lo scenario politico contingente e guardando invece ai valori che intende affermare, al “patto” che si stipula attraverso di essa.

Ed io ritengo che sia su questa base che stavolta occorre dire sì o no al referendum.

Sull’Osservatore Romano di oggi l’Unione Giuristi Cattolici Italiani in una mozione parla di “…un dato di fatto che sta sotto gli occhi di tutti: la riduzione della revisione e degli emendamenti alla Costituzione a strumento di lotta politica. La contrapposizione tra le forze politiche trasferita nell’arena della revisione costituzionale rischia di dare agli emendamenti costituzionali il carattere congiunturale proprio di quella contrapposizione. Le disposizioni costituzionali, al contrario, portano in sé la vocazione a durare nel tempo al di là delle stagioni politiche: usano un linguaggio che sa andare ben oltre le circostanze del momento e che si presta a interpretazioni adeguatici. Sempre sul piano del metodo, suscita molte e profonde perplessità la riduzione della Carta costituzionale a oggetto di “scambio politico”, sia tra le componenti della maggioranza che si è assunta la responsabilità di approvarne la revisione, sia tra i due opposti “poli” che sono chiamati a impegnarsi nella campagna referendaria. (…) …quale che possa essere l’esito di questo referendum (l’UGCI, ndr) …auspica che non vada perduta la consapevolezza che è affidata al dettato costituzionale un bene, l’unità non solo istituzionale, ma anche e soprattutto dei valori di riferimento del nostro Paese, che è il massimo che si possa realizzare all’interno di una comunità politica”.

Nulla da aggiungere.


Pubblicato il 8/6/2006 alle 19.16 nella rubrica Articolo del giorno.

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