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La giovinezza della politica

Nella trasmissione di Bruno Vespa di ieri sera è stato posto a Bertinotti il problema in gran voga in questi giorni circa il fatto che i nostri rappresentanti nelle istituzioni e la nostra classe politica sarebbero un po’ troppo agé per poter comprendere veramente le istanze delle nuove generazioni ed in particolar modo il problema della precarietà nel lavoro.

Bertinotti, con una serie di esempi abbastanza articolati, ha rappresentato quanto possa esservi una capacità di compenetrazione e di rappresentanza anche tra chi è portatore di caratteristiche molto diverse, ed ha concluso che la differenza non è data dall’età, ma che si tratta invece di un problema di cultura politica.

Condivido pienamente.

E mi sembra che almeno il presidente della Camera vada contro una retorica ultimamente abbastanza ricorrente.

Forse si potrà dire che Bertinotti parla a proprio favore perché è ormai ultrasessantenne, tuttavia, fatte le dovute differenze, anche una che si trova ancora al di sotto dei trentacinque e dunque potrebbe rientrare perfettamente nella categoria dei ‘giovani’ per come li si intende oggi (prima credevo che si divenisse uomini e donne subito dopo i vent’anni, adesso scopro con piacere che la giovinezza arriva a quaranta e di conseguenza anche lo svezzamento da una serie di abitudini di ordine pratico e di ordine psicologico) può sottoscrivere un’opinione che suona un po’ anticonvenzionale per questo periodo.

Non voglio negare né che esista una temperie propria di certi decenni, che ne condiziona anche la cultura e le idee, né tanto meno che vi siano dei periodi storici nei quali cambiano vorticosamente l’economia  e la società, e con esse dunque le esigenze di intere generazioni.

Tuttavia credo anche che chi si candida a fare politica si accinge comunque a sfidare e a navigare nel regno del possibile, dove tutto in teoria si può creare e di tutto occorre occuparsi. E dunque così come per avere una visione politica della giustizia non è detto che si debba essere un magistrato o un avvocato, per affermare la laicità dello stato non si debba essere atei o al contrario non ci si possa occupare dei rapporti con le religioni soltanto se si è di volta in volta cattolici, buddisti o musulmani, che per affermare i diritti degli animali non si debba essere necessariamente un cavallo, così non è detto che per affrontare le emergenze e le esigenze delle giovani generazioni si debba essere necessariamente giovani dal punto di vista anagrafico. È un problema di cultura politica. Oltre che, in questo caso, di giovinezza interiore.

Senza contare anche che ha la sua importanza il come si è stati giovani in politica un tempo: colui che lo è stato in modo glorioso, o almeno dignitoso, ecco forse quel vecchio ha molto di più da insegnarmi di quanto ne abbia il giovane trentenne rampante che incede a grandi passi verso i palazzi del potere.

Insomma, anche io trovo detestabile la presenza di un ceto politico che in certi momenti costituisce un blocco di potere volto soltanto alla propria autoconservazione, ed allo stesso modo quando ero meno che ventenne ed avevo già il mio piccolo trascorso di impegno politico, trovavo odioso che qualunque mia opinione venisse liquidata e screditata con la scusa della mia giovane età.

Ma allo stesso tempo non mi sento neanche di condividere la tendenza giovanilista che si va affermando, come se l’età potesse costituire ormai per tanti l’unico punto di forza e l’unico argine di difesa contro lo straripamento e l’arroganza del potere dei partiti.

Rischia di divenire l’affermazione del principio della competenza portato all’ennesima potenza, che vuole che la politica abdichi ancora una volta a favore dei ‘tecnici’, che in questo caso sarebbero i giovani. E per giunta nella fattispecie si tratterebbe di un principio di competenza applicato ad un attributo che appartiene alle persone soltanto in maniera incidentale e temporanea. Un po’ poco.

E questo presume che, una volta passata da un po’ la fatidica soglia degli anta, le attuali giovani classi dirigenti assumerebbero lo stesso atteggiamento delle attuali senescenti classi dirigenti.

No, ha ragione Bertinotti, si chieda di cambiare non l’età della politica, ma la cultura politica.

Pubblicato il 17/5/2006 alle 11.15 nella rubrica Diario.

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