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21 ottobre 2007

La società del rifiuto

Immancabilmente quando si pensa al problema dei rifiuti viene in mente quello che ha passato e patisce la Campania. La questione è tutt’altro che risolta, ed occorre vigilare, continuare a parlarne, tenere d’occhio quelli che stanno da un tempo infinito nei palazzi, e dimostrano ogni giorno di più di aver perso il contatto con la realtà.

 

Napoli in prima pagina sul New York Times per l'emergenza rifiuti, 31/5/07

L’Italia ogni anno produce, almeno ufficialmente, circa 130 milioni di tonnellate di rifiuti. E se consideriamo quelli non ufficiali il dato può soltanto aumentare.

La raccolta differenziata viene attuata pochissimo dai comuni, e resa impossibile o poco praticabile concretamente nella gran parte dei casi. Ma, anche laddove questa viene attuata, nel nostro Paese la differenziazione dei vari scarti è vista dai più come un fastidioso onere che compete soltanto a qualche fanatico ambientalista.

Poi c’è il problema della camorra che tratta il business dei rifiuti: rifiuti del sud ed anche di tantissime aziende del nord, che vengono illegalmente sversati ed occultati nelle nostre terre, per abbattere i costi di smaltimento legale, e che vanno ad infestare i prodotti dell’agricoltura.

E c’è la questione dell’impatto ambientale dovuto all’uso indiscriminato di acque minerali: da quando l’acqua di rubinetto è caduta praticamente in disuso come bevanda, quasi sempre dalle aziende produttrici ai comuni viene pagato poco o niente per le concessioni, salvo poi riversare su di essi (cioè sui cittadini), moltiplicato in modo esponenziale, il costo di smaltimento delle bottiglie di plastica.

Quando si parla di rifiuti i problemi insomma sono tanti, e vanno intrecciandosi. Ma occorrerebbe parlare anche dell’atteggiamento psicologico sbagliato con il quale di solito tendiamo ad affrontare la questione.

Questa estate mi è stato spiegato da alcuni residenti ad Ischia che, in uno dei comuni dell’isola, per ragioni di ordine estetico si è praticamente deciso di eliminare i cassonetti. Con l’incredibile e orripilante risultato di vedere gli abitanti del posto che, con il caldo come con il freddo, sono tenuti ad ammucchiare i sacchetti dei rifiuti così, direttamente sulla strada. Finché le ditte non passano a prelevarli e non rimane più alcuna traccia apparente dell’immondizia che è stata prodotta.

Acquistiamo, produciamo, consumiamo, eliminiamo sostanze e materiali in quantità sempre crescente ma, per carità, dei nostri rifiuti non vogliamo manco sentir parlare. Dopo aver fatto di tutto per acquisire sotto forma di beni vari quella materia prodotta da noi stessi, la rigettiamo improvvisamente sotto forma di rifiuto e non abbiamo più alcun interesse né ad accettare le implicazioni che il suo utilizzo comporta, né a favorirne un suo possibile riutilizzo. Non vogliamo vedere il segno della nostra immondizia attraverso la presenza dei vari cassonetti nelle strade, non la vogliamo respirare quando si discute di come smaltirla quando diventa un peso insopportabile per il territorio. Non vogliamo più sentirne parlare e vogliamo soltanto che sparisca lontano da noi, Not In My Back Yard, appunto. Liberiamoci del vecchio, e via con il prelievo di nuove risorse naturali.

Ma è scomodo ed inutilmente consolatorio togliere i cassonetti dalle nostre strade, perché nella natura tutto ritorna, e qualunque cosa venga immessa nell’ambiente e scacciata dalla porta rientrerà, inevitabilmente, prima o poi dalla finestra.

Io vorrei invece cassonetti di ogni tipo più o meno ovunque, perché oltre a renderci più lieve la raccolta differenziata, e dunque il corretto riutilizzo dei materiali, costituirebbero anche un ottimo promemoria volto a farci più consapevoli circa i risvolti del nostro stile di vita.

Perché non è possibile immaginare una società che non abbia limite alcuno.

Si parla, si dibatte e si litiga tanto su come smaltire i rifiuti esistenti, e mai di come evitare di produrne di nuovi. Non si dice una cosa molto semplice, e cioè che la lotta ai rifiuti si fa anche e soprattutto a monte: e allora occorre dire che va ridotta la quantità di imballaggi inutili per ogni prodotto acquistato, che anziché assicurarci l’igiene a volte ci garantiscono soltanto un futuro di spazzatura che ci sommergerà; che in ogni caso gli imballi devono essere fatti di materiali facilmente separabili tra loro, e che devono essere esclusi dalle produzioni quelli non recuperabili o dannosi per l’ambiente. Che in certi casi vanno riscoperti i vuoti a rendere o la vendita di prodotti sfusi e che bisogna incentivare la fabbricazione di beni durevoli, senza cedere soltanto alla logica dell’usa e getta. Insomma, che in questo campo – prima ancora di riuscire a vincere una difficilissima lotta contro le ecomafie - sarebbe il caso di incominciare a considerare anche il fatto che il miglior rifiuto è proprio quello che non viene prodotto.


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permalink | inviato da danielacondemi il 21/10/2007 alle 1:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

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