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15 settembre 2006

L’Altra Napoli che deve essere possibile

Qualche tempo fa ho avuto l’occasione di conoscere e di prendere parte all’associazione L’Altra Napoli. Qualcuno forse ricorderà la campagna shock apparsa sui giornali alla vigilia delle ultime elezioni amministrative, nella quale la poltrona da sindaco in velluto rosso ed oro campeggiava sullo sfondo di scene di ordinario degrado della città, con l’inquietante domanda in calce: “Lei, caro prossimo sindaco, è pronto a partire da qui?”. Da allora il sindaco è stato eletto, i giorni sono passati, l’associazione è cresciuta.

                   

L’associazione è nata grazie alla volenterosa iniziativa di un gruppo di napoletani autorevoli ed ‘esportati’ in altre parti d’Italia e, pur con la ferma intenzione di non farsi strattonare dall’una o dall’altra parte politica, ha subito lanciato il messaggio di voler supportare chi è chiamato ad amministrare Napoli.

E per me questo progetto è stato un rimedio allo sconforto che ultimamente mi assaliva ogni volta che rivedevo la città, sempre un po’ peggiorata, e l’occasione per ritrovare l’entusiasmo e l’impegno civile che non ti portano mai a rassegnarti. Spero che possa essere un’occasione anche per altri ‘napoletani dentro’.

Allora occorre darsi da fare.

 

Il compito della politica

Ma qual è il ruolo che deve avere la politica per Napoli? Se già non fosse sempre stato così, oggi davvero è chiamata più che mai ad avere coraggio.

La politica ha troppo spesso il torto di limitarsi ad amministrare l’esistente, non soltanto per incapacità, ma talvolta spesso per senso d’opportunismo, e ciò avviene anche nella misura in cui non si fa portatrice di innovazioni vere e profonde, coraggiose, ma si limita ad ammiccare ad un consenso immediato, un consenso ‘cash’, non proiettato in un lungo raggio, ma d’immediato ritorno. Quella politica di stampo cialtrone che non ha il vero obiettivo di instaurare un nuovo e profondo corso delle cose, ma soltanto quello di sfruttare per un proprio interesse quanto c’è già. E di questo non se ne sente certo il bisogno.

Napoli non ha più bisogno di falsi profeti, di cenacoli intellettuali autocompiaciuti, di politicanti insipienti, di predatori dell’esistente.

Napoli ha bisogno di coraggio e di libertà intellettuale.

 

Ci sono cose che si possono realizzare subito, cose che si possono realizzare domani, cose che si potranno vedere tra quindici anni, altre mai.

 

La sicurezza, subito

L’Altra Napoli prossimamente presenterà un’indagine sul fenomeno della microcriminalità a Napoli.

Certamente quello della sicurezza è uno degli ostacoli fondamentali che non consentono una sia pur minima vivibilità in città: in una vita civile imbarbarita, in cui le strade sono pattugliate dalle baby gang, nella città che è diventata oggi Napoli, la criminalità non può più essere catalogata con il prefisso ‘micro’, senza che questa definizione assuma per chi ci vive un tono amaro e beffardo: il problema degli scippi, delle rapine, per non dire quello degli omicidi casuali – una tragedia familiare che ha colpito in prima persona il fondatore dell’associazione Ernesto Albanese: altri si sarebbero rinchiusi nel proprio dramma personale, lui invece ha deciso che questa doveva essere un’occasione per mettersi in moto ed alimentare una speranza collettiva – è un macro problema che si ripercuote non soltanto sulla fondamentale qualità della vita e sul minimo diritto di cittadinanza, ma anche sull’economia, arrivando a condizionare profondamente la psicologia di chiunque debba svolgere nel proprio quotidiano uno spostamento, un lavoro, una banale commissione.

Da questa iniziativa de L’Altra Napoli scaturiranno certamente delle proposte, degli esperimenti da realizzare, con la collaborazione di tutti, nell’immediato.

Ma per un'analisi profonda forse occorre anche fare un passo indietro.
 

I perché del degrado, interventi di domani e di dopodomani

Partiamo da un assunto, e cioè che il compito della politica sarebbe anche quello di andare lontano, dove i singoli non possono andare, e di sviluppare una visione a lungo termine che permetta di riconsegnare alle generazioni future, ma anche a noi stessi con dei capelli bianchi di troppo, qualcosa di più e di meglio.

E da qui potrebbe partire un altro discorso. Di certo è totalmente da bandire un certo sociologismo giustificazionista per cui le cause della violenza e del degrado non sarebbero nella responsabilità individuale di ogni singolo cittadino, seppur povero ed emarginato, e nulla giustifica l’inciviltà e la brutalità che negli ultimi tempi hanno incominciato a debordare in maniera drammatica tenendo sotto assedio Napoli. Insomma, il fatto che vi siano anche povertà e mancanza di lavoro come pretesto, l’odiosa nenia ‘pur isso adda campà’ troppe volte riservata come giustificazione per piccoli soprusi che come frattali vanno poi a comporre un quadro tragico, non deve esistere.

Certamente occorre, nell’immediato e come priorità assoluta, che siano prese tutte le misure volte a ristabilire un minimo di ordine pubblico, e in seconda battuta a rilanciare l’economia della città, strozzata anche dalla burocrazia che ingessa più in generale l’Italia (e, in questo senso, anche per Napoli c’è da augurarsi che la proposta di legge ‘7 giorni per aprire un’impresa’ possa essere quanto prima approvata e fare la sua parte).

 

UN SASSO NELLO STAGNO

Tuttavia ritengo di dover anche lanciare un sasso nello stagno. In diversi anni d’attenzione civile e politica verso Napoli mi sono interrogata circa i mali di questa città e, gira che ti rigira, nel cercare di cogliere ogni volta il bandolo della matassa e di individuare i problemi, c’è sempre un tema che torna ricorrente, un tema del quale la politica non ama parlare. E questo tema è la spropositata pressione demografica che grava sull’area metropolitana di Napoli, e che affonda le proprie radici in un’esplosione disordinata e nel dilagare dell’abusivismo troppo tollerato, che hanno contraddetto l’idea che era alla base di quel sistema italiano dei comuni che mirava ad un’organizzazione equilibrata del territorio.

In poche parole, e dopo tanti anni dalla denuncia di Rosi, ancora molti mali di Napoli affondano le loro radici nelle mani sulla città e nelle sue successive manifestazioni e stratificazioni.

 

Pochi ma decisivi numeri che raccontano qualcosa. La provincia di Napoli si estende per 117.000 ettari, la regione Campania per circa 1.360.000 ettari. E dunque la Campania è una regione nella quale oltre il 53% della popolazione vive in meno di un decimo del territorio regionale.

E questo territorio è la provincia di Napoli, e in pratica in soli tre quartieri della città si trova più o meno lo stesso numero di abitanti che si conta in tutta la provincia di Benevento.

Una sorta di ‘calcuttizzazione’, che anziché tendere al modello delle grandi capitali europee, con la sovrappopolazione da una parte e con la povertà di infrastrutture dall’altra, tende piuttosto verso un modello da paese sottosviluppato.

A Napoli esistono delle strutture fragili e non adeguate, usurate e sovraccaricate della pressione demografica aumentata nel tempo.

Da qui l’origine del degrado ambientale, degrado che di conseguenza diviene anche degrado sociale e culturale, dove mancano polmoni verdi per respirare, infrastrutture, servizi. Non ci sono giardini per giocare, non ci sono asili per i bambini, non ci sono centri per gli anziani, non vi è aria per respirare. In certi punti tutto è brutalmente soffocato in una morsa di folla, di bruttezza e di cemento.

Come si può pensare che in un contesto del genere, in un’umanità stipata come sardine, maturi davvero una società sana, e che i problemi di vivibilità non si trasformino anche in problemi di sicurezza, di traffico e di sanità?

E come si può pensare di continuare ad individuare sempre all’interno dello stesso territorio dei centri d’attrazione che porteranno altro fabbisogno abitativo, altro peso demografico, altra impossibilità di garantire infrastrutture ed opere di urbanizzazione primaria quali acquedotti e fognature che siano minimamente funzionanti, quando il loro funzionamento è ottimizzato per una popolazione che sia un decimo di quella che vi gravita attualmente?

Nel breve termine certo occorrerà anche investire grandi capitali nella ristrutturazione delle reti fatiscenti, ma si tratta comunque di interventi tampone e, senza un progetto globale per l’ambiente, senza una programmazione a lungo termine della densità abitativa del territorio, non si va comunque lontano.




In altri paesi europei esiste una pianificazione nazionale a monte che programma lo sviluppo dei centri e la distribuzione omogenea su tutto il territorio della popolazione, ed i governi favoriscono che la crescita non sia né casuale né disordinata: esistono una pianificazione, un sistema delle città, in cui si fa sì che gli insediamenti non superino una certa entità, e si promuovono invece degli investimenti programmati per incrementare il numero di abitanti di un piccolo centro, favorendovi la residenza e le attività produttive, e di decennio in decennio si cerca di omogeneizzare parallelamente il territorio.

Certo, mi direte, l’Italia ma soprattutto Napoli non sono mica l’Olanda. D’accordo, ma è tanto per dare un esempio del fatto che possa esistere un atteggiamento di governo del territorio che da spettatore impotente e servo dell’emergenza divenga invece protagonista del cambiamento.

Tanto per dire che se, tra gli interventi a medio e a lungo termine, si prevedessero degli incentivi per le attività produttive da far sorgere nelle aree a bassa densità abitativa che si cerca di sviluppare, con la conseguente creazione delle relative infrastrutture (penso alle province di Avellino e di Benevento, ad esempio), anziché andare a creare l’ennesima entità nello stesso territorio napoletano già deturpato e soffocato dall’eccessiva pressione demografica; se in Campania si guardasse anche al di là del naso di Napoli, prevedendo risorse che andassero a confluire anche oltre la fascia costiera, verso le zone meno sviluppate e meno abitate dell’avellinese e del beneventano, allora questa potrebbe non essere una scelta lunare.

Forse si sottrarrebbe di fatto qualche risorsa agli uomini forti della politica napoletana (è questo per caso il problema?), ma si farebbe l’interesse dei cittadini, di Napoli e di un intera regione.

Allora la politica deve mettere finalmente in campo delle strategie per il riequilibrio del territorio.

Certo ci vorranno quindici anni, e le elezioni sono sempre prima, ma se penso che se si fosse incominciato quando ho sentito affrontare per la prima volta questi discorsi, mi dico che oggi già vedrei qualcosa di diverso. E come inizio già basterebbe.



Di quello che non si potrà fare mai, di ciò che pare ineluttabile a Napoli, mi sembra siano già troppo impregnate le menti dei napoletani, come limite, come rinuncia, come tirare a campare, e dunque preferirei non parlarne almeno io qui.

Sono invece certa che da qualche parte l’Altra Napoli potrà ancora esistere, e che tocca a noi napoletani di fatto e di diritto ritrovare la fiducia per cercarla giorno dopo giorno, senza tregua alcuna.


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permalink | inviato da il 15/9/2006 alle 1:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

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