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  danielacondemi politica, antipolitica, ecologia
 
Al momento abbiamo un solo pianeta
 


NON SONO LE IDEE
CHE MI SPAVENTANO,
MA LE FACCE".
(L. Longanesi)

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Appunti e spunti per un centrodestra ecologista

L'Altra Napoli
La società del rifiuto
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5 settembre 2008

Arctic becomes an island as ice melts. Il Polo Nord adesso è un'isola.


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25 aprile 2008

La fine dell’equivoco Verdi. Appunti e spunti per un centrodestra ecologista

Quello che da anni mi fa soffrire e spesso ferocemente arrabbiare del centrodestra italiano è l’attenzione troppo sporadica ai temi ambientali e l’assenza di una visione globale di quanto il nostro rapporto con il pianeta Terra debba rappresentare una priorità assoluta per la politica. Tutto qui.
Ma la responsabilità del centrodestra in questo senso è soltanto parziale: il punto è che purtroppo in questo campo è proprio l’Italia in generale ad avere troppo spesso una visione limitatissima ed assolutamente provinciale di questo aspetto importantissimo della vita ed anche dell’economia: in poche parole, è l’Italia a non essere ancora europea, e con essa anche i suoi partiti politici. Io sogno invece un centrodestra italiano che sia anche europeo ed ecologista. E’ forse un sogno impossibile?

Vecchie visioni, vecchie icone
Una delle principali sfide che attende chi voglia occuparsi di politiche dell’ambiente consiste nel fatto che in Italia occorre uscire finalmente da un’idea di ambientalismo e di anti-ambientalismo che sono vecchie ormai di trent’anni.
Nell’immaginario generale pesa ancora troppo la contrapposizione tra due icone che si sono consolidate negli anni ma che al giorno d’oggi appaiono ormai cosa falsa e grottesca: da una parte c’è il paladino dell’ecologia, un duro e puro dalle tendenze pauperiste e veterocomuniste, che si colloca politicamente nell’estrema sinistra, ed è capace soltanto di agitare spauracchi e slogan banali; dall’altra parte c’è un insipiente ed ottuso consumista oltranzista e un po’ cialtrone, che politicamente si colloca a destra, il quale conserva gelosamente una visione miope ed insipiente di progresso, fatta soltanto di cemento e di industrie inquinanti, senza scrupoli, senza attenzione verso il pianeta ed incapace di prospettiva alcuna.
Eppure basterebbe rivolgere uno sguardo all’estero ed agli altri paesi europei in particolare, per comprendere quanto gli scenari siano di gran lunga più complessi e come il quadro politico stia evolvendo in maniera completamente diversa.

Nel mondo la partita politica si gioca sui temi ambientali

Nelle ultime due tornate elettorali italiane nei programmi si è parlato poco ed in maniera confusa del tema dell’ambiente, mentre nel resto del mondo risuonava tutta un’altra musica, e mai come negli ultimi tempi è risultato evidente quanto questo argomento sia divenuto una priorità politica.
L’attenzione in tal senso era in molti casi già alta, ma forse un punto di svolta è stata la presentazione del rapporto commissionato dal governo britannico all’ex capo economista della Banca Mondiale Nicolas Stern, che ha messo in luce quanto l’inerzia dei paesi industrializzati sul clima potrebbe portare verso una vera bancarotta mondiale, un collasso economico maggiore della crisi del 1929.
Il rapporto Stern, pubblicato nell’ottobre 2006, ha segnalato che i costi per risanare gli interventi dell’innalzamento del livello dei mari, della siccità o delle emigrazioni di massa conseguenti ad uragani ed inondazioni potrebbero aggirarsi fino al 20% del Pil mondiale.
Se da una parte queste previsioni spinsero Blair a chiedere che venissero presi provvedimenti urgenti a livello europeo ed a nominare come consigliere speciale della Gran Bretagna sul cambiamento climatico proprio Al Gore, in generale si è consolidata una consapevolezza che spinge sempre più verso un impegno per la salvezza del pianeta. Tale impegno in molti casi è politicamente trasversale ma, comunque, non risparmia i moderati dei vari paesi occidentali.
E allora se negli Usa è evidente l’attivismo dell’ex vicepresidente Gore, che arriva a portarlo addirittura verso il Nobel, a nessuno sfuggono nemmeno le scelte del governatore repubblicano della California Arnold Schwarzenegger, che scavalca di gran lunga il presidente Bush, prendendo le distanze dalla sua marcia indietro sul protocollo di Kyoto e lamentando «l'assenza di una politica federale coerente» contro l'effetto serra. E lo stesso Schwarzenegger non mancò nemmeno di stringere con il premier laburista britannico Tony Blair un'alleanza per ridurre le emissioni inquinanti.
E non è da meno il leader dei conservatori inglesi David Cameron, il quale ha posto sin dall’inizio un fortissimo accento sull’ecologia: dalla scelta di andare al Polo Nord per verificare con mano i danni dell'effetto serra, al fatto di andare ogni giorno in ufficio in bicicletta, con tanto di casco e giacca a vento, o infine alla proposta di incentivare le auto ecologiche e tassare quelle inquinanti.
In occasione delle ultime elezioni presidenziali in Francia, poi, ciascun candidato ha espresso nel dettaglio le proprie posizioni sulle politiche ambientali che intendeva portare avanti in caso di vittoria. Nicolas Sarkozy, ad esempio, tra le altre cose aveva proposto di riformare 'a fondo' la fiscalità verde, affinché i comportamenti virtuosi divenissero meno costosi di quelli inquinanti, e soprattutto di promuovere la creazione di un diritto internazionale dell'ambiente. Ma soprattutto, al momento dell’elezione, la sua prima dichiarazione rivolta anche agli "amici americani", è stata la seguente: "Potete contare sulla nostra amicizia. La Francia sarà sempre al vostro fianco", "ma l'amicizia è accettare che gli amici possano avere idee differenti” e "una grande nazione come gli Usa ha il dovere di non fare ostacolo alla lotta contro il riscaldamento globale; è in gioco il destino dell'umanità tutta intera. La Francia farà di questa lotta la sua priorità".
E proprio Sarkozy in alcuni casi ha fatto squadra col cancelliere tedesco Angela Merkel, cosa che ha dimostrato il ruolo chiave del tema del clima durante la presidenza tedesca della UE.

Persino da parte di Papa Benedetto XVI non sono mancati ripetuti appelli in questa direzione, quando ha affermato che “gli uomini infatti sono posti da Dio come amministratori della terra, per coltivarla e custodirla. Di qui discende quella chepotremmo chiamare la loro 'vocazione ecologica', divenuta più che mai urgente nel nostro tempo"; o ha lanciato un invito ad agire "prima che sia troppo tardi", chiedendo che"da parte di tutti si intensifichi la cooperazione, al fine di promuovere il bene comune, lo sviluppo e la salvaguardia del creato, rinsaldando l'alleanza tra l'uomo e l'ambiente, che dev'essere specchio dell'amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino".

Un grande equivoco italiano: i cittadini verdi e i Verdi partito
Queste ultime elezioni politiche, con la scomparsa del partito dei Verdi dal parlamento, possono essere finalmente l’occasione per segnare la fine di un grande equivoco che si è affermato in questi anni. Della rumorosa assenza italiana di una cultura politica che fosse trasversale intorno ai temi ambientali ritengo abbia avuto in buona parte la responsabilità storica proprio il partito dei Verdi. Questo era nato infatti come forza politica dall’impronta fondamentalmente tematica, ma la sua classe dirigente, con l’avvento del sistema maggioritario, anziché stabilire di sciogliersi in quanto partito e divenire un’espressione politica che ‘disseminasse’ nei vari partiti sia contenuti che persone (vedi l’esempio del partito radicale transnazionale), dialogando sia a destra che a sinistra, ha optato invece per la miope scelta di sopravvivenza del partitino, andando di fatto contro la storia e, soprattutto, contro un vero ambientalismo che fosse efficace, diffuso e capace di incidere nella politica e nella società.
E dopo aver conservato questo piccolo spicchio di elettorato ed averlo portato a sinistra, ha aggiunto danno a danno, tessendo alleanze proprio con la sua parte più massimalista, ed identificando la propria politica con essa, attraverso posizioni fatte soltanto di no e di veti.
Questa stolta politica purtroppo non ha danneggiato soltanto i verdi-partito, ma per molti anni si è anche ripercossa in maniera deleteria anche sugli tutti gli altri soggetti impegnati in questo campo - associazioni, gruppi di cittadini, aree di altre forze politiche – che di riflesso hanno visto lesa la propria immagine da una comunicazione improntata tutta al negativo, e soprattutto volta a far identificare forzosamente qualunque istanza ecologista con un piccolo segmento partitico. Di più: si è trattato di uno scenario che in Italia ha indirettamente favorito persino una sorta di ‘rimozione collettiva’ di ogni tematica verde, allontanando per lungo tempo i cittadini dall’interesse verso queste problematiche, alle quali non si riuscivano ad offrire soluzioni che dessero speranza.

Certo, non si devono addebitare tutte le colpe ai verdi-partito, perché sarebbe quantomeno ipocrita non evidenziare che vi è stata certamente anche un’assenza della politica in questo campo: a destra si è delegato a sinistra, ed a sinistra si è delegato ai Verdi, come se ci si potesse prendere il lusso di dimenticare che l’ambiente è cosa di tutti, che non è un comparto tematico bensì la condizione fondamentale per la vita di noi tutti ed anche per una sana economia.
Tuttavia è essenziale riconoscere che, dopo i primi anni Novanta, la presenza dei verdi-partito spesso ha fatto più male che bene alla causa ecologista in Italia, perché ha di fatto impedito delle serie aggregazioni su questi temi, che potessero essere più forti e politicamente trasversali.

Ed ora speriamo che questa possa essere la fine di un brutto equivoco.
Insomma, occorre partire dal fatto che le politiche dell’ambiente in Italia non dovevano iniziare né tantomeno devono finire con i Verdi, ma che, anzi, la scomparsa di questa formazione un po’ abortita possa essere una buona occasione per chiarire le idee.

Tuttora vi sono dei segnali che indicano chiaramente quanto nel nostro Paese non sia ancora evidente l’attenzione che si sta sollevando nel mondo verso l’ambiente: il fatto che dell’evento del Live Earth, che nel mondo ha coinvolto due miliardi di persone di cui soprattutto giovani, i mezzi d’informazione si siano occupati pochissimo e soltanto all’ultimo momento, o ancora il fatto che il film di Al Gore - proiettato in tutte le scuole inglesi, vincitore prima dell’Oscar e poi in un certo senso del premio Nobel - abbia avuto scarsissima programmazione nelle sale cinematografiche italiane, o in ultimo la sbiaditissima partecipazione dell’Italia alla Giornata della Terra, sono tutti segnali del fatto che forse ci stiamo ancora muovendo ad una velocità diversa, e che questo divenire dell’ambiente elemento chiave dell’agenda politica presto potrebbe sorprenderci e coglierci impreparati.
I sondaggi già dimostrano che l’ecologia occupa un posto altissimo tra le preoccupazioni per il futuro dei giovani italiani. Ma per occuparsi di politica dell’ambiente occorre prima di tutto riuscire a rompere gli schemi, saper andare oltre degli atteggiamenti passivi e consolidati e, soprattutto, oltre una faziosità un po’ becera sull’argomento, alimentata da anni di indifferenza e di inerzia inconsapevole.

Per concludere, un esempio
Per concludere, per fornire un esempio di questo nuovo approccio alle politiche ambientali che va delineato, ritengo molto utile citare nuovamente alcuni passaggi di un’intervista rilasciata ad una rivista italiana da un noto ecologista e politico inglese, il quale afferma che “Solo i conservatori possono governare il mercato e salvare il pianeta”.
L’ecologista in questione è Zac Goldsmith, ex direttore del mensile The Ecologist e poi braccio destro di David Cameron. Goldsmith, anche per età anagrafica ed estrazione economica (classe ’75 e famiglia miliardaria), non  corrisponde certo alla vecchia immagine stereotipata dell’ambientalista di cui sopra.
Egli sovverte completamente la prospettiva politica corrente ed i luoghi comuni sull’argomento, quando afferma che “l’ambientalismo va oltre le distinzioni tra destra e sinistra, ma è l’approccio dei conservatori quello più pragmatico e che può riuscire a riorientare il mercato per la salvezza del pianeta: C’è un consenso trasversale sul fatto che il cambiamento climatico richieda azioni urgenti, ma finché i leader non capiranno quali sono i passi da compiere per affrontare realmente il problema non vedremo altro che vaghe aspirazioni e obiettivi irrealistici”(…); “personalmente ritengo che l’approccio conservatore abbia più senso, dal momento che tende a collaborare con le imprese e la gente anziché contrapporvisi. C’è un grande appetito pubblico per la ricerca di soluzioni ecologiche, se siamo maldestri nell’approccio rischiamo di disperderlo e perdere così una grande opportunità. Il cambiamento climatico è l’esempio più chiaro del fallimento catastrofico del mercato. Credo che per correggere questo fallimento il ruolo del governo debba essere quello di valorizzare l’ambiente proprio all’interno del mercato. Questo richiede un quadro legislativo forte, un set di regole in cui il mercato possa operare. Se invece il governo si limita a tentare microinterventi di gestione non riuscirà a correggere gli errori” (…).Un conservatore che non è ambientalista, dal mio punto di vista, non è un vero conservatore. Capacità amministrativa, conservazione, efficienza, riguardo verso le generazioni future, principio di precauzione, intransigenza contro gli inquinatori: sono tutti valori centrali dell’essere conservatore che per qualche tempo sono stati dimenticati. È per questo che George W. Bush viene considerato un conservatore. Secondo me non lo è affatto. È un radicale. Non c’è niente di più radicale che perseguire politiche che minacciano la vita del pianeta. Oggi il Partito Conservatore, sotto la guida di David Cameron, ha dimostrato una profonda volontà di impegnarsi per le grandi sfide del presente. Per questo il dibattito è cambiato radicalmente” (…); e conclude: ”il mercato è il motore più potente del cambiamento ma finora ha alimentato una drammatica devastazione ambientale, fallendo su tutte le questioni più importanti. Se però l’ambiente viene rigorosamente valorizzato nel mercato – in modo che l’inquinamento non possa più essere considerato una mera esternalità – non sarà più conveniente inquinare. Il governo deve fissare un criterio forte per il mercato e consentire al mercato stesso di adeguarsi di conseguenza. Se il criterio è corretto e inflessibile allora il mercato diventerà il nostro alleato, e non il nostro distruttore.”


28 novembre 2007

Un altro errore comunicativo...



A me gli Ogm
non sono affatto simpatici, però diciamo che se ne fossi produttore sarei disposto a pagare molto per avere Mario Capanna come uomo immagine dei miei avversari...



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11 novembre 2007

News/Il Papa continua a parlare di ambiente

PAPA/ AGRICOLTORI SONO CUSTODI AMBIENTE E SUO PATRIMONIO
Oggi Giornata Ringraziamento su custodia Creato
Roma, 11 nov. (Apcom) - Gli agricoltori "sono non soltanto produttori di beni essenziali, ma anche custodi dell'ambiente naturale e del suo patrimonio culturale". Lo ha detto il Papa al termine della recita dell'Angelus presieduta a San Pietro, davanti a migliaia di fedeli.Benedetto XVI ha ricordato che oggi "si celebra in Italia la Giornata del Ringraziamento, che ha per tema: 'Custodi di un territorio amato e servito'. Ai nostri giorni, infatti, gli agricoltori sono non soltanto produttori di beni essenziali, ma anche custodi dell'ambiente naturale e del suo patrimonio culturale". "Perciò, mentre rendiamo grazie a Dio per i doni del creato - ha concluso il Pontefice - preghiamo perché i lavoratori della terra possano vivere e operare in serenità e prosperità e prendersi cura dell'ambiente, per il bene di tutti".  111231 nov 07


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2 novembre 2007

News/Ambiente: Olimpiadi Pechino, inquinamento resta primo problema

PECHINO (CINA) (ITALPRESS) - Nelle storia delle Olimpiadi e' accaduto che alcune gare siano state rimandate per cattivo tempo o, nel caso della vela, per mancanza di vento, ma fino ad ora non e' mai successo che una competizione sia stata posticipata per l'eccessiva presenza di smog. La prima volta potrebbe essere a Pechino 2008 e a ribadirlo, in settimana durante una visita nella capitale cinese, e' stato il presidente del Cio, Jacques Rogge.
"Nonostante gli sforzi intrapresi, le condizioni richieste per gli atleti impegnati in gare di resistenza potrebbero non essere al cento per cento", ha detto Rogge durante un convegno su sport e ambiente organizzato da Cio, Bocog e Unep, il Programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite. "Proprio per questo- ha aggiunto - dovremmo prendere in considerazione l'ipotesi di riprogrammare alcuni eventi, affinche' la salute degli atleti sia scrupolosamente salvaguardata".
Le preoccupazioni di Rogge non sono nuove, ma per gli organizzatori delle Olimpiadi il monito lanciato dal presidente del Cio e' stato comunque inaspettato. E' infatti arrivato poche ore dopo le lodi che l'Unep ha rivolto a Pechino per i progressi fatti nella lotta all'inquinamento e le parole rassicuranti di Hein Verbruggen, l'olandese a capo degli ispettori del Comitato Olimpico incaricati di controllare la preparazione dei Giochi.
"Non c'e' nulla, e ripeto nulla, che possa mettere a rischio l'organizzazione delle Olimpiadi", ha detto Verbruggen al termine della sua penultima visita ufficiale nella capitale cinese. "La qualita' dell'aria e' ancora un problema - ha sottolineato -, ma e' come se stessimo correndo una maratona: lo sprint finale decidera' se Pechino meriti una medaglia d'oro o una d'argento".
Bisognera' quindi aspettare le Olimpiadi per sapere cosa accadra', ma i motivi per essere pessimisti sono molti. Secondo il rapporto stilato l'anno scorso dalla Conferenza per la qualita' dell'aria, Pechino occupa la prima posizione tra le citta' piu' inquinate al mondo, con una presenza di polveri sottili per metro cubo d'aria di oltre cinque volte superiore a Londra e a New York. Il ritmo vertiginoso del boom economico cinese, sommato all'utilizzo ancora frequentissimo del carbone e al crescente numero di automobili e motorini, fa si' che questa citta' sia spesso coperta da una coltre di smog. E' accaduto anche tra venerdi' e sabato, all'indomani della visita di Rogge, quando le autorita' sono state costrette a richiedere ad anziani e bambini di non uscire di casa.
Eppure dal 2001, l'anno in cui e' stata assegnata a Pechino l'organizzazione dei Giochi del 2008, sono stati spesi 12 miliardi di dollari per migliorare la qualita' dell'aria. A nove mesi dalle Olimpiadi, i cinesi cercano ora di mettere a punto il piano finale, quello che dovrebbe permettere condizioni soddisfacenti per la salute degli atleti.
Di certo si sa gia' che durante i Giochi verra' fortemente limitato il traffico di mezzi privati sulle strade di Pechino, cosi' come e' gia' stato fatto, in via sperimentale, nell'agosto scorso.
Si sta inoltre discutendo la possibilita' di chiudere alcune fabbriche o perlomeno di limitarne la produzione, come accadra' ad esempio con le acciaierie Shougang. Situata a una quindicina di chilometri dal villaggio olimpico, in quella che una volta era campagna e che ora fa parte della sterminata periferia pechinese, la fabbrica e' una delle piu' inquinanti delle citta' e martedi' scorso ha annunciato che, tra il luglio e il settembre 2008, ridurra' la produzione di oltre il 70%.
Tutti passi importanti per assicurare un'Olimpiade senza troppo smog, ma il resto del mondo ancora non si fida. E cresce il numero di delegazioni che, per salvaguardare la salute degli atleti, arrivera' a Pechino all'ultimo momento.
(ITALPRESS).
col/sat/ 01-Nov-07 11:42


2 novembre 2007

News/Nobel della fisica: politica globale contro effetto serra

(ANSA) - GENOVA, 1 NOV - 'Occorre una politica globale contro il global warming, il mondo non lo ha mai fatto, sara' una sfida difficile ma necessaria', lo ha affermato Jack Steinberger, questa mattina a Genova in occasione della quinta edizione del Festival della Scienza.
Il Premio Nobel per la Fisica, partecipando alla conferenza 'CO2: colpevole o innocente?' nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, ha dato il suo contributo alla piu' importante kermesse italiana dedicata alla divulgazione scientifica. Lo studioso ha espresso la sua preoccupazione circa il futuro del genere umano, basandosi sui dati scientifici dell'IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change), l'organizzazione creata nel 1988 dalle Nazioni Unite e dalla World Meteorogical Organisation per svolgere un lavoro di sensibilizzazione circa i rischi del riscaldamento del pianeta connessi all'aumento dei gas serra di origine antropica, Premio Nobel per la Pace insieme ad Al Gore lo scorso 12 ottobre.
Secondo Steinberger l'uomo, attraverso l'anidride carbonica prodotta dalle sue attivita' di consumo, e' colpevole del global warming, che negli ultimi due secoli ha provocato un aumento delle temperature di 1øC e l'innalzamento dei livelli del mare di 20 cm. Il Premio Nobel ha proposto cosi' le sue soluzioni: 'o ridurre il numero degli esseri umani, triplicato nell'ultimo secolo, o ridurre i consumi energetici in particolare dei combustibili fossili, migliorando l'efficienza e l'impiego delle fonti di energia rinnovabili, non escludendo l'alternativa nucleare, ipotesi che ha i suoi problemi e, soprattutto in Italia, di cui si parla e si ha paura'.
Il fisico ha inoltre suggerito l'istituzione per la produzione industriale di una 'CO2 Emission Tax' che secondo l'IPCC dovrebbe ammontare a 100 dollari per tonnellata di anidride carbonica.(ANSA).
I60-BOA 01-NOV-07 16:03


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2 novembre 2007

News/Ambasciatore britannico: emissioni CO2 allarmanti

AMBIENTE: AMBASCIATORE BRITANNICO, EMISSIONI CO2 ALLARMANTI (ANSA) - ERICE (TRAPANI), 1 NOV - 'Senza un intervento adeguato volto a ridurre le emissioni di anidride carbonica, entro il 2050 le emissioni mondiali di CO2 potrebbero superare del 55% quelle del 2003, a seguito del crescente consumo di carbone per produrre elettricita''. Lo ha detto l'ambasciatore britannico in Italia, Edward Chaplin, aprendo stamani alla Fondazione Ettore Majorana di Erice i lavori del workshop internazionale sulla cattura e lo stoccaggio di CO2, promosso dalla Scuola internazionale di geofisica in collaborazione con l'Ambasciata britannica, l'Ingv, l'Enea e patrocinato dal ministero dello Sviluppo Economico.
'A livello mondiale - ha aggiunto - il 41% delle emissioni di CO2 e' legato alla produzione di energia elettrica. Senza ulteriori interventi, la temperatura della Terra potrebbe aumentare notevolmente, con impatti di carattere ambientale, sociale ed economico seriamente nocivi. Tutti i Paesi devono affrontare questa sfida, occorrono misure innovative da sviluppare ed attuare e bisogna essere in grado di riconoscere le opportune tecnologie. La cattura e lo stoccaggio del carbonio rappresentano una di queste tecnologie, e si valuta che possono ridurre del 90% le emissioni di CO2 prodotte dalle centrali elettriche nel mondo'.
L'ambasciatore ha sottolineato che 'e' difficile parlare di cambiamenti climatici o di domanda energetica senza menzionare la Cina. Lo scorso anno, la Cina ha estratto 2,4 miliardi di tonnellate di carbone, con un aumento di oltre l'8% rispetto all'anno precedente'.Ci sono poi gli Usa che, nel prossimo decennio, contano di realizzare 150 nuove centrali a carbone.
Chaplin, parlando ad una platea di un centinaio di scienziati - presente, tra gli altri, il presidente dell'Ingv, Enzo Boschi - ha annunciato che entro la fine dell'anno in Inghilterra prendera' il via un progetto pilota per la realizzazione di un impianto che sfrutta la tecnologia della post combustione, capace di catturare le emissioni di CO2.(ANSA).
COM-FK/LU 01-NOV-07 17:22


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6 ottobre 2007

Notizie: oggi è la giornata del debito ecologico

Roma, 6 ott. - (Adnkronos) - Il Global Footprint Network (Network Mondiale dell'Impronta Ecologica) rende noto che oggi e' il Giorno del Debito Ecologico (Ecological Debt Day), il giorno in cui l'umanita' va 'in rosso', avendo consumato tutte le risorse ambientali che il pianeta e' in grado di produrre nell'anno in corso.
I risultati delle ricerche del Global Footprint Network e dal partner inglese NEF (New Economics Foundation) mostrano che, a partire dalla meta' degli anni ottanta, l'Impronta Ecologica dell'uomo ha cominciato ad essere maggiore delle risorse generate dalla Terra, causando l'incremento, anno dopo anno, del nostro debito ecologico.
Nel 1996 l'umanita' utilizzava gia' il 15% in piu' delle risorse naturali disponibili annualmente sulla Terra, ed il giorno in cui cominciava ad accumularsi il debito ecologico cadeva in Novembre.
Quest'anno, il nostro debito ecologico e' anticipato al 6 Ottobre ed il sovrasfruttamento delle risorse e' pari al 30%.
'L'umanita' sta vivendo oltre i limiti della sua carta di credito ecologica', ha dichiarato Mathis Wackernagel, Direttore Esecutivo del Global Footprint Network. 'Cosi' come spendere piu' soldi di quanto hai depositato in banca porta ad accumulare un debito finanziario, allo stesso modo utilizzare piu' risorse di quelle che il pianeta riesce a ricreare ogni anno porta ad accumulare un debito ecologico. Questo comportamento puo' andare avanti per un breve periodo, ma alla lunga porta all'esaurimento delle risorse fondamentali su cui si basa la stessa economia umana ed all'accumulo dei rifiuti'.
Ogni anno il Global Footprint Network, organizzazione internazionale il cui scopo e' quello di porre fine al sovrasfruttamento delle risorse naturali, calcola l'Impronta Ecologica del genere umano, vale a dire la domanda mondiale di terreni agricoli, pascoli, foreste e zone di pesca, e la mette a confronto con la capacita' di questi ecosistemi di generare nuove risorse e assorbire i rifiuti prodotti. Complessivamente, l'uomo consuma oggi l'equivalente delle risorse generate da 1,3 pianeti.
'I dati del Global Footprint Network - dichiara Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente - dimostrano una volta di piu' che l'umanita' per progredire deve riconciliarsi con le ragioni degli ecosistemi e dei cicli naturali. Non ci potra' essere vero sviluppo fino a quando il consumo di risorse, di materie prime, di energia rimarranno superiori alle possibilita' del nostro Pianeta di rigenerarle. Questo e' vero in generale e tanto piu' vero in Italia dove negli ultimi anni e' stato fatto molto meno che negli altri grandi paesi europei per affrontare questa contraddizione e in particolare per ridurre il proprio contributo ai mutamenti climatici'.
Una delle piu' significative conseguenze del sovrasfruttamento globale delle risorse e' il riscaldamento della terra, ma anche la riduzione dello stock di pesce nei mari, la deforestazione e la desertificazione dei suoli che stanno interessando tutto il mondo, sono indicativi del nostro crescente debito ecologico. 'Anche in Italia sono visibili i risultati di questo sovrasfruttamento.
Considerando che abbiamo un'Impronta quasi doppia rispetto alla media mondiale, se tutti gli abitanti della Terra avessero uno stile di vita ed uno livello dei consumo pari a quello italiano, servirebbero 2,3 pianeti per soddisfare i consumi della popolazione mondiale', spiega il professor Simone Bastianoni, dell'Universita' degli Studi di Siena e membro del Comitato degli Standard del Global Footprint Network.
'Nel nostro Paese il territorio urbanizzato e' cresciuto del 6% in dieci anni e si contano 39 specie animali e vegetali a rischio di estinzione', afferma il dott. Lorenzo Bono dell'istituto di Ricerche Ambiente Italia, una delle 78 organizzazioni partner del Global Footprint Network. Oltre al calcolo dei consumi che si verificano ogni anno a livello mondiale, il Global Footprint Network ed i suoi partner internazionali sono impegnati a cercare di risolvere il problema del sovrasfruttamento delle risorse. Per portare in pareggio il nostro bilancio ecologico,spiega il Global Footprint Network, 'dobbiamo, da un lato, cercare di rafforzare la capacita' della natura di generare nuove risorse tramite una gestione accurata degli ecosistemi mondiali e, dall'altro, affrontare i tre fattori che determinano la richiesta di risorse naturali: i consumi pro capite, l'efficienza della produzione, la dimensione della popolazione'.
'Ognuno di noi -ricorda il Global Footprint Network- puo' mettere in atto comportamenti virtuosi che consentano di ridurre il proprio debito ecologico. Ridurre il consumo giornaliero di carne, usare auto e aerei solo se strettamente necessario, usare meno energia in casa, sono i modi piu' efficaci per ridurre la propria Impronta Ecologica. I cittadini possono spronare le autorita' di governo e gli imprenditori a creare citta' e imprese che portino a ridurre il sovrasfruttamento di risorse, attraverso la pianificazione di infrastrutture 'leggere' e l'utilizzo di tecnologie 'verdi' ispirate alle migliori pratiche ambientali, come Rete Lilliput ed altre associazioni stanno chiedendo ormai da anni.
'Ognuno di noi puo' dare il suo contributo anche aiutando a ripristinare e proteggere gli ecosistemi e supportando tutte quelle organizzazioni impegnate a contenere l'aumento di popolazione attraverso campagne educative e di pianificazione familiare a favore delle donne. Con un impegno internazionale volto a porre fine al sovrasfruttamento delle risorse naturali, il Giorno del Debito Ecologico -conclude il Global Footprint Network- potra' entrare a far parte del passato invece che continuare ad essere notizia di attualita''.I Partner italiani del Global Footprint Network, operanti nel settore dell'Impronta Ecologica, sono Ambiente Italia S.r.l;Cras srl - Centro Ricerche Applicate per lo Sviluppo Sostenibile; Istituto Ricerche Economiche e Sociali del Piemonte (IRES);Rete Lilliput; Universita' degli Studi di Genova;Universita' degli Studi di Siena, Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche e dei Biosistemi.
(Sec/Zn/Adnkronos) 06-OTT-07 15:59


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18 agosto 2007

I motori e l'aria che respiriamo

Piccola rassegna stampa: mentre da una parte un vecchietto di Tokyo portavoce di cittadini con patologie respiratorie e dall'altra un gigante come lo Stato della California mettono in difficoltà la Toyota per danni arrecati all'ambiente, a New York Bloomberg si conferma un sindaco invidiabile che prende delle decisioni avanzate e coraggiose contro l'inquinamento.
Ma la buona notizia è che non si prospettano soltanto divieti: presto o tardi arriverà anche qualcosa del genere.






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15 luglio 2007

I’ll send an SOS to the world

Qualcosa da andare a rivedere su Youtube: l'esibizione dei Police al Live Earth, con uno Sting intatto nel tempo, resterà uno dei simboli e dei più bei ricordi di un evento con il quale si è voluto lanciare un "messaggio in una bottiglia" al mondo intero.
Come spesso accade, in Italia non è stato sentito come nel resto del pianeta.







7 giugno 2007

Il compromesso

 
Certo, le cose potevano anche andare meglio e il risultato prevedere qualche impegno un po’ più specifico.
Ma se da una parte abbiamo un Pianeta vivente che non aspetta e non può aspettare, dall’altra c’è pur sempre la politica, che quando tutto va bene non può che essere il regno del compromesso.




Chi ancora non vuole vedere era di certo un osso duro, e dunque Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (il quale, come aveva subito preannunciato, ha infatti mantenuto la parola), ce l’hanno proprio messa tutta.
Allora congratulazioni soprattutto a quei due, che tanto per ricordarlo a chi fosse ancora tentato di sostenere che la preoccupazione ecologica debba essere qualcosa ‘de sinistra’, sono dei leader moderati europei.



 



16 maggio 2007

La Nasa conferma: il Polo Sud si sta sciogliendo



(ANSA) - WASHINGTON, 16 mag - Se prima era solo supposizioni attendibili, ora ci sono le prove: il Polo Sud si sta sciogliendo. Lo ha annunciato la Nasa, che ha mostrato al riguardo una precisa documentazione fotografica frutto di un'osservazione via satellite che riguarda il periodo compreso fra il 1999 e il 2005: per effetto del riscaldamento del pianeta, un'area dell'Antartico grande circa 400 mila chilometri quadrati mostra ''evidenti segni di scioglimento''. La ricerca, condotta nell'ambito di un progetto avviato dal Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa e dall' universita' del Colorado, ha permesso un paragone fotografico costante. Grazie ad esso gli scienziati hanno potuto constatare che una zona occidentale dell'Antartide grande come l'Italia presenta modificazioni evidenti della natura morfologica di quei ghiacci. La Nasa ne parla come del ''piu' significativo scioglimento osservato dai satelliti negli ultimi trent'anni''. ''E' una novita' assoluta - ha spiegato il direttore dell'Istituto di Scienze Ambientali del Colorado, Konrad Steffen - anche perche' a differenza di altre zone antartiche, questa penisola non aveva mai mostrato, nel recente passato, segni di scioglimento. Ma ora abbiamo la prova fotografica che lo scioglimento riguarda anche questa penisola''. Lo scioglimento e' stato accertato in diverse zone della penisola occidentale, dove da sempre le temperature non superano mai lo zero e i ghiacci fino ad oggi erano considerati eterni. Non e' piu' cosi': la ricerca ha dimostrato che dal 2005 ad occhi per prolungati periodi di tempo le temperature hanno raggiunti anche i 5 gradi sopra lo zero. L'accertamento e' stato possibile grazie a un nuovo sistema messo a punto dalla Nasa che permette di distinguere i diversi tipi di ghiaccio che si sono via via formati. E' stato cosi' accertato che le aree in cui il ghiaccio si e' sciolto in acqua (per poi tornare ghiaccio) si sono estese come non non era successo mai negli ultimi trent'anni. Il ghiaccio sciolto e' rimasto sopra la superficie ghiacciata del continente antartico. Tuttavia se quell'acqua dovesse infiltrarsi negli enormi crepacci antartici fino a raggiungere il mare, le conseguenze sugli equilibri dell'ecosistema complessivo potrebbero essere significative. E' anche per questo che secondo la Nasa ''e' opportuno continuare a monitorare via satellite l'area, per capire se il fenomeno sia limitato nel tempo oppure a lungo termine''.


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6 maggio 2007

"La Francia farà di questa lotta la sua priorità". Parola di presidente

ELISEO/ SARKOZY AGLI AMERICANI: AMICI MA A VOLTE IDEE DIVERSE
Lotta a riscaldamento globale sarà "priorita' della Francia"
Roma, 6 mag. (Apcom) - Amici e alleati, ma a volte con idee diverse: è l'"appello" che il neopresidente francese Nicolas Sarkozy ha fatto agli "amici americani".
"Potete contare sulla nostra amicizia. La Francia sarà sempre al vostro fianco" ha detto Sarkozy parlando ai militanti nel suo primo discorso dopo i risultati che lo hanno portato all'Eliseo.
"Ma l'amicizia è accettare che gli amici possano avere idee differenti". E lancia un affondo: "una grande nazione come gli Usa ha il dovere di non fare ostacolo alla lotta contro il riscaldamento globale; è in gioco il destino dell'umanità tutta intera. La Francia farà di questa lotta la sua priorità".


Tanto per insistere su questo punto, vorrei mettere in luce ancora una volta come all'estero il cambiamento del clima rappresenti un'indiscutibile priorità anche per un presidente di centrodestra (dovrebbe essere ovvio, no?), mentre in Italia troppo spesso le politiche per l'ambiente sono intese ancora come una cosa 'de sinistra'. Chissà se adesso stiamo cambiando.


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23 aprile 2007

Fuori dall’Italia la partita politica si gioca sui temi ambientali

Nelle ultime elezioni politiche italiane nei programmi elettorali si è parlato poco ed in maniera confusa del tema dell’ambiente. Il programma del centrodestra, sintetico su tutto, anche su questa materia prospettava in maniera stringata la realizzazione di due o tre cose, e cioè: i rigassificatori già autorizzati; i termovalorizzatori per smaltire i rifiuti; degli “incentivi alla diversificazione, alla cogenerazione, all’uso efficiente di energia, alle fonti rinnovabili (vere, non assimilate), dal solare al geotermico, dall’eolico alle biomasse, ai rifiuti urbani, per ridurre i costi dell’energia per le famiglie e per le imprese. Diversificazione del funzionamento degli impianti elettrici ad olio combustibile attraverso il ricorso al carbone pulito. Partecipazione ai progetti europei di sviluppo del nucleare di ultima generazione”. Punto. Ritorna dunque l’idea del nucleare, visto come soluzione dei nostri problemi energetici.

Il librone di 274 pagine dell’Unione dedicava uno spazio un po’ più ampio al tema, ponendo un accento sull’importanza del Protocollo di Kyoto e sullo sviluppo delle nuove fonti energetiche rinnovabili, assumendo degli impegni precisi su entrambi questi fronti: il raggiungimento di almeno l’80% degli obiettivi di Kyoto e di almeno il 25% di produzione elettrica da rinnovabili nel 2011, cioè fra quattro anni. E poi, nonostante le posizioni possibiliste di una parte minoritaria dell’Unione, in materia di energia vi era un punto enunciato con grande chiarezza: “una ripresa del programma nucleare oggi in Italia non è proponibile”. E su questo tirerei un sospiro di sollievo. Con un però. Correva l’anno 1987 e su questa questione vi fu un referendum, al quale gli italiani risposero ‘no’. Se dunque quelli che votarono erano i cittadini - chiamati in quel momento soltanto a dire un sì o un no - è pur vero che chi li aveva chiamati era una parte della classe politica, che si è poi limitata soltanto a gloriarsi di aver incassato quella risposta negativa, senza trarre da ciò la conseguenza che forse nei venti anni a venire ci si sarebbe dovuti occupare di creare uno scenario alternativo. Se oggi dunque da molte parti si tira fuori di nuovo il miraggio di un’improbabile panacea nucleare, la responsabilità politica è da imputare in gran parte a chi ha fatto dell’ambiente soltanto una modestissima casella partitocratrica.

In Francia ciascun candidato alle attuali elezioni presidenziali ha invece espresso nel dettaglio le proprie posizioni sulle politiche ambientali che intende portare avanti in caso di vittoria.

Un cenno ai candidati illustri ormai fuori gioco: Francois Bayrou dell’Udf proponeva: misure per il risparmio e lo sviluppo delle energie rinnovabili, il mantenimento controllato e trasparente del nucleare civile, moratorie sugli inceneritori e sugli Ogm, riduzione dei rifiuti e di pesticidi e fertilizzanti. Il ‘temibile’ Jean-Marie Le Pen del Fronte Nazionale, se da una parte si presentava con una posizione un po’ negazionista sui problemi planetari del clima, si faceva comunque paladino di un’ecologia vista come 'valore tradizionale’, del rispetto degli animali e di una valorizzazione del paesaggio che passasse attraverso una riqualificazione urbana dei vecchi quartieri degli anni Sessanta.

Per quanto riguarda i contendenti rimasti in gioco, la candidata socialista Segolene Royal propone: che entro il 2020 le energie rinnovabili, attraverso un loro consistente incremento, arrivino a costituire il 20% del consumo totale; politiche di risparmio energetico (ad esempio un programma per l’isolamento termico delle vecchie abitazioni), ed incentivi fiscali per incoraggiare il trasporto su ferro e lo sviluppo dei trasporti collettivi. La Royal indica anche una moratoria sulle colture Ogm e prospetta un rafforzamento della cooperazione in materia di ambiente, di ricerca e di energia in Europa, affinché l’agricoltura serva a ‘proteggere l’ambiente’ anche con contributi della politica agricola comune.

Da guardare infine con attenzione la posizione di Nicolas Sarkozy (non sono la sola a scommettere che sarà lui il vincitore). Il candidato dell’Udf propone di riformare 'a fondo' la fiscalità verde, affinché i comportamenti virtuosi siano meno costosi di quelli inquinanti, e di introdurre una responsabilità delle case madri per i danni provocati dalle loro filiere. Sarkozy dichiara di voler promuovere la creazione di un diritto internazionale dell'ambiente, di voler rilanciare lo sviluppo delle colture biologiche e di voler sviluppare le energie rinnovabili. Il suo proposito di un rafforzamento dell’energia nucleare, considerata una fonte pulita in un paese da cui non è mai stata bandita, diviene una differenza significativa rispetto alla sua antagonista, e crea invece un’analogia con i programmi del centrodestra italiano.

Comunque vada, al contrario di quanto avviene in Italia, è evidente che nel resto del mondo i temi ambientali tendono a diventare sempre di più una priorità politica. Purtroppo per noi, presto o tardi potrebbero stare al primo posto. Per necessità, non per virtù, temo.




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18 aprile 2007

Quelle ragioni liberali per dire no alla Tav

Un documento dell’Istituto Bruno Leoni la boccia senza appello. Partendo da posizioni liberiste e mercatiste, però.

Sorpresa: secondo uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, un autorevole think tank che si definisce d’ispirazione “liberale”, “liberista” e “mercatista”, la Tav, la linea ad alta velocità Torino-Lione, sarebbe soltanto un’opera inutile e irresponsabilmente dispendiosa. Fino a questo momento ci eravamo abituati a vedere la divisione tra contrari e favorevoli coincidere in maniera un po’ troppo semplificata con la sinistra cosiddetta massimalista da una parte e tutte le altre parti politiche più pragmatiche ed evolute dall’altra.

Ma per fortuna le cose non sono mai così semplici. Nel briefing paper “TAV: le ragioni liberali del no” proposto dall’IBL si cerca di smontare infatti alcune delle affermazioni che stanno alla base del forte consenso di cui gode il progetto sia nell’ambito politico che in quello imprenditoriale.

I suoi studiosi negano il presupposto secondo il quale gli attuali collegamenti stradali e ferroviari del versante nordoccidentale delle Alpi sarebbero ormai prossimi alla saturazione, in quanto sostengono che i trafori stradali del Monte Bianco e del Fréjus sarebbero invece attualmente utilizzati soltanto intorno al 35% della capacità disponibile. Ovviamente l’idea che sta alla base della Tav è anche quella del riequilibrio modale fra trasporto su ferro e trasporto su gomma: ma all’Istituto Bruno Leoni non credono nemmeno nella possibilità di questo spostamento modale che “potrebbe avvenire solo imponendo divieti o tassando in misura elevata il traffico su strada: come si possano conciliare divieti e tasse, ossia incrementi di costi per le aziende con il miglioramento della competitività economica del nostro paese, resta un mistero”.

Un progetto dunque inutilmente dispendioso secondo l’IBL, in quanto “L’inesistenza di una domanda di trasporto, passeggeri e merci, tale da giustificare la realizzazione della linea AV trova riscontro nel fatto che non vi è alcun soggetto privato disposto ad investire proprie risorse nel progetto, che sarebbe quindi interamente finanziato a carico del contribuente: la spesa per la tratta italiana della Tav, pari a 13 miliardi di Euro, equivarrebbe ad una una-tantum dell’ordine di 1.000 euro per una famiglia di quattro persone”.

Una realizzazione che rischierebbe di divenire un investimento ancora più fallimentare del tunnel sotto la Manica, con l’aggravante che, se almeno quest’ultimo fu realizzato esclusivamente con fondi privati, la nostra Tav vedrebbe invece la partecipazione forzata di tutti i cittadini, nella loro qualità di contribuenti.

E nello studio in questione è messa in discussione anche la validità dal punto di vista della tutela ambientale: “È peraltro quanto meno dubbio che, tenendo in considerazione anche i consumi energetici relativi alla fase di costruzione, la TAV comporterebbe una riduzione complessiva delle emissioni di CO2 (che rappresenterebbe comunque una quota modestissima inferiore allo 0,1% del totale a scala nazionale) rispetto allo scenario di non progetto”.

Alla base del documento di certo si avverte anche in maniera evidente una forma di scetticismo verso il trasporto su ferro, scetticismo che non mi sentirei di condividere. Tuttavia è interessante osservare come, pur partendo da posizioni opposte a quelle dei manifestanti della Val di Susa, un board di studiosi tutt’altro che vicini alle posizioni dell’ala oltranzista della sinistra arrivi a bocciare con tanta convinzione un’opera a cui da ogni altra parte politica si guarda da tempo con consenso pressoché unanime.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla Torino-Lione, il briefing paper ci dice che: “occorre inoltre porre in evidenza come, a differenza di quanto avvenuto con la costruzione dei tunnel ferroviari a metà Ottocento, la realizzazione dell’infrastruttura non comporterebbe alcuna ricaduta positiva in termini di miglioramento dei collegamenti fra l’Italia e la Francia, fatta eccezione per un ridottissimo manipolo di passeggeri”.

Più bocciata di così. Da un punto di vista liberale, s’intende.




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11 aprile 2007

“Tra 15 anni la tua villetta in collina diventerà una casa al mare”

Molti avranno notato il surreale e inquietante spot mandato in onda nei primi giorni del mese da Mtv e La7, nel quale un venditore forse troppo smaccatamente trash invitava i telespettatori ad acquistare una bella villetta di “Mare domani” un complesso abitativo che sarebbe sorto sulle colline di Sant’Arcangelo di Romagna, a ben 7 chilometri dal mare. “Ma attenzione” affermava il televenditore «questa zona sarà raggiunta in circa 15 anni dalle acque del Mare Adriatico e questo grazie al futuro innalzamento delle acque. La vostra casa in collina si trasformerà in una bellissima casa sulla spiaggia».
Il fatto in un primo momento semina panico e sconcerto, anche se puzza assai. Però, si sa, dal momento che una volta toccato il fondo qualche volta si incomincia anche a scavare, la cosa può pure essere possibile. E allora nei forum su internet si cercano informazioni, qualcuno si chiede se non si tratti di uno scherzo di cattivissimo gusto e che cosa stia a significare tutto ciò, gli ascoltatori spediscono oltre 10 mila tra e-mail e contatti telefonici. Qualcuno fiuta l’affare e vorrebbe già prenotare una casa, oppure dare vita ad un analogo business, domandandosi se niente niente il mare possa un giorno arrivare anche al proprio paesello.
Ma dopo qualche giorno si scopre che si trattava di uno scherzo organizzato da Mtv, nell’ambito del progetto Free Your Mind 2007
dedicato proprio all’Ambiente. Lo spot voleva incuriosire e colpire soprattutto il pubblico giovane che ogni giorno guarda l’emittente. Nei giorni seguenti lo spot viene aggiornato con una conclusione: «Oltre 45 chilometri quadrati di coste italiane rischiano di sparire per sempre. E questo non è un pesce d’aprile».
Se qualcuno se lo fosse perso, trova il video su YouTube.




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5 febbraio 2007

In Italia nell'ambientalismo si è sbagliato tutto

Sarà che nell'emiciclo parlamentare l'esclusiva a parlare di certi argomenti per troppi anni ce l'ha avuta un solo partitino del due per cento, divenuto col tempo molto inadeguato al corso che hanno avuto la politica e le cose. Sarà che di certi temi si è sempre parlato in chiave un po' troppo avvilente. Sarà che prima si è fatto un grande referendum sul nucleare ma poi delle energie alternative per molti anni se ne sono impipati proprio tutti. Sarà che sono state le solite facce sbagliate ad andare sempre avanti ma, non lo so, sono un po' di anni che sembra proprio che in Italia in materia di ambientalismo e comunicazione sui temi ecologici si sia sbagliato proprio tutto.
E allora sarà per questo che mentre in Gran Bretagna il film 'An Inconvenient Truth" viene distribuito in tutte le scuole qui in Italia vado a vedere la programmazione nei cinema delle tre principali città italiane e il risultato è che a Napoli il film non c'è, a Milano lo trovi in una sola sala ed a Roma soltanto in due. Di quelle pure un po' sfigate, diciamo.

Non c'è che dire, deve trattarsi di una verità
proprio scomoda.




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22 gennaio 2007

La via alimentare per curare la febbre del Pianeta

Vabbè, finché siamo noi pazzi paladini dei diritti animali a sciorinare certi discorsi sembra che la cosa lasci proprio il tempo che trova.
Ma poi ne parla anche qualche economista, e allora forse vale almeno la pena starli ad ascoltare, certi dati. Anche tanto per sapere...

E allora scopri pure che impieghiamo quasi quattro litri di benzina per produrre mezzo chilo di carne.




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6 dicembre 2006

Quando sei sulla Terra non puoi più nasconderti

Era necessario arrivare a questo punto.
Capita di sentirsi deridere per anni. Capita di essere genericamente accusati di ‘fondamentalismo’ (?) se si parla di ecologia, o quando ci si sforza di curare una rigorosissima raccolta differenziata dei rifiuti a casa propria o addirittura in ufficio.
Capita che ogni tua critica ad un certo consumismo oltranzista e un po’ cialtrone venga tacciata di essere una manifestazione di strisciante pauperismo o di veterocomunismo, e che qualcuno incominci per questo a guardarti come se sotto sotto avesse davanti un black block travestito col tailleur.
Capita che l’ambiente in cui viviamo tutti sia considerato un argomento da specialisti, e capita che gran parte di quelli della politica politicante con cui parli lo rappresentino come un tema assai di nicchia, o meglio come qualcosa a cui devono attendere solo e soltanto quelli là del partitino del due per cento, quelli massimalisti che trovi là in fondo, a sinistra della sinistra. In ogni caso, problemi ben di là da venire.
Si vede che invece era proprio necessario che ancora diversi anni passassero nell’insipienza più totale da parte della politica e dei governi, e che nel sentire dei più lo scioglimento dell’Artico ad una velocità troppo alta, l’innalzamento del livello degli oceani e le siccità prolungate che decimano gli animali fossero visti ancora come fastidiosi argomenti lontani e poco significativi, soprattutto se paragonati a temi come il premio di maggioranza, i partiti unici, i vari ribaltoni possibili, e chi più ne ha più ne metta.
Doveva passare molto tempo prima che qualcuno si decidesse a sobbalzare dalla sedia leggendo un rapporto commissionato dal governo britannico all’economista ed ex dirigente della Banca Mondiale Nicolas Stern, che mette in luce quanto l’inerzia dei paesi industrializzati sul clima potrebbe portare verso una vera bancarotta mondiale, un collasso economico maggiore della crisi del 1929.

                                             
È stato necessario questo rapporto per segnalare che i costi per risanare gli interventi dell’innalzamento del livello dei mari, della siccità o delle emigrazioni di massa conseguenti ad uragani ed inondazioni potrebbero aggirarsi fino al 20% del Pil mondiale. E allora chissà che poi non avvenga che anche in Italia qualcuno comprenda quanto la difesa del territorio, e non certo il condono edilizio o l’inerzia verso l’abusivismo, significhi anche evitare che ogni anno frane, crolli e alluvioni portino via non soltanto delle vite, ma anche miliardi di euro.
Allora era necessario che Blair (non monsieur Bovè, non Greenpeace) ovvero un uomo politico pragmatico e sicuramente non affezionato al massimalismo, dichiarasse agiamo subito o sarà un disastro” , e che il rapporto Stern “è il documento sul futuro più importante pubblicato da questo governo da quando è al potere”. Il rapporto Stern sbaraglia anche gli ultimi argomenti a sostegno dell’immobilismo: ora sappiamo che investire oggi nella lotta ai cambiamenti climatici ci ripagherà in futuro, evitando la catastrofe”.

Era necessario che, dopo anni di rapporti e di dati sullo stato del Pianeta, il Wwf dicesse con chiarezza che entro il 2050 ci serve un altro pianeta, per incominciare a smuovere qualcosa.

Ed anche in questo i blog sono qualcosa di diverso, anche in questo scorgi leggendo i blog che vi sono un interesse ed un’attenzione per un tema non così di poco momento, che non è la stessa che senti manifestare in altri – teoricamente più alti – luoghi della politica.

E allora tutto questo significa che le politiche per l’ambiente sono cosa di tutti, che non incominciano e soprattutto che non dovrebbero di certo finire con la lista dei Verdi, la cui presenza di ambientalisti sotto forma di partito schierato ha talvolta contribuito a fare più male che bene alla causa ecologista in Italia, impedendo di fatto delle aggregazioni su questi temi, che fossero più forti e politicamente trasversali.

Ed oggi che per fortuna anche il Papa parla di ambiente, la politica sembra incominciare a risvegliarsi dopo un lungo sonno.

Benvenuti sulla Terra.


 

Anche su PiuBlog, PigiamaMedia




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29 maggio 2006

Due domande

Ritorniamo alla politica. Prima di commentare i risultati delle elezioni amministrative, alcune domande urgono.

La prima riguarda il disastro capitato in Indonesia e la questione vulcani.

Perché esiste una dimensione psicologica di rimozione collettiva rispetto ai problemi ambientali ed in particolare ai vulcani, per cui nessun politico vuole o se la sente di parlarne? Per quanto riguarda Napoli ed il rischio Vesuvio, ad esempio, l’unico a farlo è sempre stato solo ed esclusivamente Marco Pannella. Per il resto, chiunque ritiene sia meglio non occuparsene né soprattutto farvi cenno. Ma forse, in questo caso, la risposta è già contenuta nella domanda.

Per quanto riguarda invece i temi legati alla giustizia, la domanda è se davvero Prodi voglia avallare l’immagine di uno schieramento che su questo non intenda fare un’analisi che guardi alla complessità del problema nell’esclusivo interesse dei cittadini, ma compiacere e rassicurare soltanto una parte dei cosiddetti addetti ai lavori, dei tecnici, per non dire della casta di certa magistratura, e voglia mettere completamente all’angolo posizioni come quella di Giuliano Pisapia, un autorevole esponente del suo schieramento. Ancora una volta la politica deve abdicare a sé stessa e legittimarsi attraverso i tecnici, attraverso ‘quelli del settore’?




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18 aprile 2006

Responsabilità che vengono da lontano

Al di là dell’arresto di Ricucci e delle baruffe post elettorali, la notizia importante di oggi a mio parere è che il Petrolio ha raggiunto un nuovo record a 72 dollari al barile, e gli esperti non escludono che a breve possa superare gli 80, come ai tempi della rivoluzione khomeinista nel 1979.

In un periodo in cui si parla di incontri e scontri di civiltà e di tensioni con i principali produttori (o meglio, fruitori delle ricadute della ricchezza naturale) della fonte da cui tutti oggi dipendiamo, vale a dire i paesi islamici, sarebbe gradevole che una buona parte della classe politica ci facesse leggere nelle agenzie, tra una battuta e un’altra, un dibattito alimentato anche da questi temi.

Invece nisba. Poco o nulla. E spesso sono solo dichiarazioni pretestuose sul tema del giorno che, irrimediabilmente, domani lascerà il posto ad altro.

Si può credere o non credere più di tanto in un’eventuale e futuribile economia all’idrogeno, si possono considerare o non considerare come qualcosa di insignificante le energie alternative che attenuerebbero la nostra dipendenza economica e politica dall’oro nero, ma bisognerebbe almeno pensarci e mettervi mano seriamente.

E comunque, anche i sostenitori meno accaniti, danno un qualche valore alle fonti energetiche rinnovabili. Il solare ha visto nel mondo una crescita esponenziale, l’eolico a livello mondiale cresce del 40% circa.

Sebbene l’Europa nel suo complesso stia investendo notevolmente nelle fonti energetiche pulite, in questo settore l’Italia degli ultimi decenni non sembra essere stata assolutamente all’altezza delle potenzialità offerte dal suo clima.

Perché il solare è così diffuso nel Nord Europa e così poco nel Sud Italia?

Una progressiva riconversione energetica del Paese attraverso l’incremento delle fonti alternative al petrolio avrebbe potuto rappresentare per l’Italia non soltanto un’istanza ecologica, perché seguiva la naturale vocazione del territorio, ma anche un’opzione volta a stimolare la ricerca e l’innovazione tecnologica, un’occasione per creare occupazione, e soprattutto una precisa scelta geopolitica verso l’affrancamento, almeno parziale, dalla dipendenza dal petrolio.

Chi molti anni fa è stato paladino della scelta antinucleare – ed io continuo ad essere contraria al nucleare con la ragione, prima che con il sentimento – e soprattutto chi, su quel referendum ha edificato la propria fortuna ed il proprio ruolo politico, nonché il suo posto al sole parlamentare, a mio avviso porta con sé una grande responsabilità storica, e cioè il fatto di non essersi battuto affinché, in anni in cui molti ecologisti ‘istituzionali’ sono stati al governo, l’Italia cambiasse rotta nel settore dell’energia e divenisse un elemento di eccellenza, facilitata anche dal proprio clima. E, paradosso dei paradossi, si è permesso che l’Italia tirasse avanti acquistando a caro prezzo l’energia nucleare prodotta da paesi vicini, la cui produzione non metteva al sicuro nemmeno l’Italia da un eventuale incidente nucleare. Dunque nulla di veramente serio in questo senso è stato fatto, e temo proprio che il treno sia passato: certo, quello che era possibile realizzare avendo venti anni di tempo avanti a sé, non è più fattibile oggi.

E quindi, non sapendo nemmeno bene quali costi, quali tempi e quali rischi comporti, tutti esorcizzano la paura ricominciando a parlare di nucleare. Davvero un bel capolavoro per i Verdi.

Domanda, c’è qualcuno in questo Paese – verde e non verde - che si sente chiamato a risponderne politicamente?




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3 aprile 2006

Sartori: "In Italia la destra è raccogliticcia e la sinistra non ha idee", La Stampa del 3 aprile

In un’intervista sulla Stampa di oggi “In Italia la destra è raccogliticcia e la sinistra non ha idee” (pag.2) il professor Giovanni Sartori, che è apertamente schierato a sinistra o almeno contro Berlusconi, ne ha per tutti e pone anche qualche questione di un certo interesse. Alla domanda su quali siano oggi i punti di riferimento ideali della destra e della sinistra, risponde: “La destra un’identità vera non l’ha mai avuta, e forse non la cerca nemmeno. I suoi punti di riferimento restano sempre gli stessi: il libero mercato, la concorrenza, la libertà, la fede nell’individuo. Tutte cose di cui però i suoi dirigenti non sanno granché e nelle quali credono fino a un certo punto. La destra, intellettualmente, rischia poco. Invece la sinistra è in gravissima difficoltà: ha perso il suo ideale vivente, l’Unione Sovietica. Checché se ne dica, e fino a dopo la vicenda dei missili di Comiso, il Pci ha sempre sostenuto la politica di conquista sovietica. Oggi si arrabatta per cercare un’identità, in un modo a mio avviso stravagante. Dicono ‘viva i matrimoni gay’; ma si vogliono identificare con i gay? Sia chiaro: io non mi scandalizzo, ma non riesco a capire quale sia il nesso fra omosessualità e la sinistra. Si dicono terzomondismi. Anche in questo caso si tratta di una scelta politica che rischia di identificarli con l’Islam. E’ di sinistra dire ‘viva i musulmani?’.

L’intervista a Sartori si conclude inoltre con un tema a me molto caro. Il giornalista chiede: ‘Il tema dell’ecologia? Non potrebbe essere un elemento caratterizzante l’azione della sinistra?’, e Sartori: “Lo vado dicendo da tempo. La situazione ecologica è grave, gravissima. Rischiamo il collasso globale. La destra in tutto il mondo ha una fiducia illimitata nel mercato e nelle sue terapie. Compito della sinistra dovrebbe invece essere quello di non crederci. Non capisco perché non sposa fino in fondo la battaglia ecologica. E non è nemmeno vero che sarebbe una battaglia difensiva, contro il progresso. Ripulire la terra è un investimento più importante di quello di sporcarla. Anche la politica ecologica produce stipendi e posti di lavoro. Se la sinistra capisse che la destra su questo tema si è imbottigliata guadagnerebbe popolarità e un sacco di voti. Invece la sua adesione all’ecologismo è marginale. Lo si lascia ai Verdi – che sono ecologisti da quattro soldi -  o ammiccando alle battaglie dissennate dei no-global come quella contro la Tav”.

Ottima la premessa, prof. Sartori: l’ecologia dovrebbe assumere un ruolo primario nei programmi politici. Meno condivisibile invece la conclusione che lei ne trae, ovvero che questo tema dovrebbe diventare un punto discriminante tra la destra e la sinistra, e dunque che l’ecologia dovrebbe diventare ‘di sinistra’: proprio perché si tratta di una questione cruciale per tutti sarebbe forse arrivato il momento che nessuno si sentisse autorizzato a scrollarsene le coscienze, da destra come da sinistra, relegandone la responsabilità e la titolarità ad un solo schieramento politico. Figuriamoci, e su questo lei ha ragione, ad un partitino del due per cento come avviene oggi.




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