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18 agosto 2007

Una bella notizia

Forse è soltanto tecnicamente un blog. Ma è nato da pochissimo, certamente è molto più utile del mio, ed impiegando un tempo infinitamente più rapido finalmente ha superato questo blog per numero di accessi!
Insomma, un'uleriore prova del fatto che la rete serve, serve.
Si tratta di un piccolo esperimento collettivo che un giorno mi sono inventata, e che in pochissimo tempo ha preso vita da solo attraverso il lavoro prezioso di alcune volontarie, che oggi lo seguono quotidianamente e con impegno, contribuendo spesso a salvare tante piccole vite o, quantomeno, ad alleviarne qualche ingiusta sofferenza.
La forma e l'aspetto talvolta rischiano di essere eccessivamente artigianali, ma a volte la buona volontà non va di pari passo con la competenza tecnica. Però quello che conta è il risultato, e per la sua funzione spero che Cercocasa scali al più presto la classifica. Insomma, chi vuole si proponga come volontario e possibilmente gli dia una bella linkata sul proprio sito per diffonderlo a più non posso.


14 maggio 2007

La storia di Robi

Ho ricevuto questo racconto: è una storia vera e sono felice di pubblicarla nel blog. Non aggiungo sottotitoli esplicativi perché desidero che la lettura prosegua fino in fondo, senza alcun pregiudizio o anticipazione.

 

Racconto di Valter Fiore valter.fiore@lacincia.it


Fuori, la giornata doveva essere agli sgoccioli, perché se ne erano ormai andati quasi tutti spegnendo le luci, e presto quel posto sarebbe sprofondato nel buio: un buio rotto solo dai lamenti, dalle grida, dalle bestemmie di qualcuno che andava fuori di testa.

Robi aveva una quarantina d’anni; era una donna esile, che portava sul volto i segni di una passata bellezza. Ma era malata, respirava sempre più a fatica, tossiva e ogni volta sembrava che le si spaccassero quei poveri polmoni. Non mangiava quasi niente da tempo e quel suo corpo minuto si era fatto sempre più scarno; il volto solcato da rughe innaturali che non erano dell’età. In quel posto da mesi non le facevano più niente, la lasciavano in quella cella da sola tutto il giorno, le portavano un po’ cibo e basta. Di giorno vedeva un pezzo di corridoio e qualcuno che passava, di notte era solo il buio. Ora più niente, ma prima, quando era più giovane, quasi ogni giorno la trascinavano in un’altra stanza e gli facevano delle cose che lei non capiva, che a volte le facevano male da urlare e altre volte no.

C’erano tante ragazze come lei in quel posto, a volte si incrociavano e si scambiavano uno sguardo fugace quando gli sbirri le prendevano per portarle in quella stanza: ma solo uno sguardo era permesso, nulla di più. E poi cosa mai avrebbero avuto da dirsi? Robi non aveva la percezione del tempo come non l’aveva della sua stessa vita, non sapeva quasi parlare, non sapeva correre, non sapeva niente. Era nata in una specie di orfanotrofio, dove era cresciuta senza una madre, con dei fratellini che poi non aveva mai più visto e che ora nemmeno ricordava più. Poi, ancora adolescente, l’avevano portata li dentro, in una di quelle celle tutte uguali a invecchiare e marcire. Per tutta la vita non aveva visto altro che quelle pareti, quell’altra stanza piena di attrezzi strani e quegli individui che di tanto in tanto la prendevano, la scrutavano, la toccavano, le mettevano delle cose in bocca o le piantavano degli aghi nel corpo: e basta.

Non c’era niente nella sua vita: niente presente, niente futuro né passato. Robi era un corpo in cui il sangue circolava, che si alimentava ed evacuava, che soffriva le sue tempeste ormonali, che quando poteva dormiva. Non pensava perché non c’era nulla a cui pensare, nulla che potesse desiderare se non che la lasciassero stare, che non venissero a prenderla per portarla di nuovo in quella stanza dove le facevano quelle cose di cui aveva tanta paura.

Non sapeva niente della vita, non sapeva cosa fossero il vento o la pioggia, né tantomeno cosa mai fosse l’amore, o meglio ricordava una sofferenza strana, un bisogno fisico che non capiva e non riusciva a calmare e che la faceva star male per giorni; che passava per poi ricominciare di nuovo. No, della vita qualcosa conosceva: lo star male, il soffrire, l’aver paura di quello che poteva succederle ogni giorno, in ogni momento.

I giorni belli erano quando non stava male e poteva starsene rannicchiata tutto il giorno in un angolo della sua celletta a seguire il volo insensato di una mosca, ad appisolarsi, a riaprire gli occhi, cercando un sogno che non poteva esserci perché non aveva nulla da sognare.

Eppure Robi era bella, era davvero bella a saperla guardare in quegli occhi insieme di donna e di bambina. Era bello il suo incedere fragile su quelle gambe magre, i suoi piccoli seni stanchi, il suo volto segnato;  era bello pensare come la sua bellezza non si fosse arresa a quell’incubo infinito.

Quella notte se ne stava sdraiata a guardare il nero del soffitto, senza che un pensiero solcasse quel vuoto: solo la sua maledetta tosse a scandire le ore che passavano. Non lo sapeva ancora, ma quella notte sarebbe stata l’ultima in quel posto. L’indomani sarebbero arrivate delle persone che l’avrebbero portata via da lì.

...  ...  ...

Non è l’incipit di un romanzetto di fantascienza, o il tentativo maldestro di riscrivere “Il Castello”: questa storia è tutta vera, solo che Robi non è una donna ma una gatta che ha vissuto più di metà della sua vita in un laboratorio di sperimentazione. Robi è una gatta fortunata perché molte delle sue compagne di sventura escono solo dal camino (si, e’ una citazione), senza mai aver visto la luce del sole o corso in un prato.

Non sono capace di pensare a cosa può essere una vita senza aver nulla a cui poter pensare, senza poter vedere nulla del mondo altro che le pareti di uno stabulario; non mi e’ possibile immaginare una vita in cui le uniche sensazioni siano la paura, la noia e la sofferenza. La vita degli animali “da sperimentazione” e’ tutta lì: nascono già malati (modificati geneticamente), o vengono infettati apposta, come è successo a Robi e alle sue compagne, vengono usati come materiale di consumo del valore di poche decine di euro, e poi semplicemente si buttano via come vuoti a perdere, come rifiuti speciali.

Le immagini strazianti di G. Berengo Gardin, di quegli esseri sprofondati nell’atroce follia dei manicomi sono forse l’immagine più vicina di quello che può essere un laboratorio: lì  non ci sono i muri scrostati e i cessi luridi, ma gli occhi degli animali rinchiusi ci raccontano la stessa sofferenza, la paura, l’abisso in cui venivano sprofondati quei disgraziati: abbandonati da tutti, maltrattati, violentati e umiliati per la colpa di non essere normali gli uni, per la colpa di non essere umani gli altri.

...Oddio il cielo! Oddio la luce del sole, l’aria fresca di aprile!  Oddio i colori, gli odori, lo spazio libero! Attraverso la grata del trasportino vedeva quel ben di dio e non si poteva capacitare, non sapeva se averne paura o gioire.

Poi un lungo viaggio in macchina: faceva caldo, aveva sete, doveva fare pipì ma non le importava; gli occhi spalancati a rincorrere gli alberi che fuggivano via veloci dai finestrini dell’auto, il sole che l’accecava, il buio di una galleria e il rimbombo del motore, e poi di nuovo il sole e la luce.

Arrivò in un posto bellissimo; un grande prato pieno di gatti che gironzolavano liberi, con gli alberi e tante piccole casette come in una fiaba che nessuno le aveva mai raccontato. Ciotole colme di pappa, l’erba, la ghiaia, e quella ragazza che se la teneva tra le braccia, le passava e ripassava la mano sulla testa e sulla schiena, le sfiorava il nasetto caccoloso con le labbra. Le parlava e le diceva cose che ancora non capiva, come con capiva che quelle erano carezze e baci; non capiva, ma le piacevano quei gesti così diversi dall’essere afferrata, costretta, immobilizzata.

Che bello vedere altri gatti come lei, annusarsi, andare in giro con il suo passo incerto: e poi quegli altri animali così diversi da lei che non aveva mai visto prima: quel transatlantico di Claretta (una maialona che non e’ diventata prosciutto), i caproni, i cani, le oche, e quei ragazzi che venivano a portare il cibo, che non facevano mai mancare l’acqua, che davano una pulita, ...mica come dov’era prima che se ne fregavano di tutto. Anche quella ragazza bruna veniva a farle delle punture, come succedeva là, ma era tutta un’altra musica: per quanto fosse abituata non le piaceva farsi sbucherellare, ma qui c’erano le carezze e le parole dolci, e poco alla volta anche lei aveva imparato a fare come tutti gatti quando sono contenti: a sei anni aveva imparato a fare le fusa.

Robi e le altre furono salvate grazie all’impegno di alcuni attivisti, dopo defatiganti, infinite trattative condotte sempre sul filo della rottura; furono portate fuori e affidate a un rifugio per la riabilitazione e di lì, dopo le prime cure, date in affido. Non era stato facile trovare persone che potessero e volessero prendersi cura di gatte difficili, cuccioli di sei anni, con una malattia infettiva che non avrebbe forse lasciato loro molto da vivere.

Quella volta ne salvarono una dozzina: niente; solo in questo paese ogni anno quasi un milione di animali (cavie, topi, ratti, cani, gatti, pecore, scimmie....) vengono messi al mondo o catturati in natura per essere rinchiusi in gabbia, usati per esperimenti spesso senza anestesia e alla fine uccisi.

Io non sono un medico né un veterinario né un biologo, ma voglio lo stesso parlare di vivisezione, e credo di averne il pieno diritto - e dovere. Voglio parlarne perché ogni giorno ho davanti agli occhi il risultato vero di quegli esperimenti: quell’esserino che dimostra il triplo dei suoi anni, che ha bisogno di attenzioni e cure continue, per cui ogni giorno ringrazio il cielo che è viva.

“E’ indispensabile per la scienza, per il progresso, per la cura delle (nostre) malattie”: questo è il ritornello dei vivisettori. “Gli animali li trattiamo bene”, “non soffrono” ...sperimentassero su se stessi se non si soffre!  Questo dicono i vivisettori, falsano numeri che pure sono pubblici, non dicono che sperimentano anche su cani e gatti (e altri animali) ma solo sui topi che non piacciono a nessuno: tranquillizzano, edulcorano, minimizzano per poi immergersi di nuovo nel silenzio di quei laboratori chiusi e inaccessibili. Ci sono infinite dimostrazioni che il modello animale non è predittivo in tossicologia, in farmacologia, nella ricerca di base; ci sono libri autorevoli e documentati zeppi di citazioni da riviste scientifiche che raccontano gli orrori e l’incredibile idiozia di centinaia di esperimenti. C’è di che convincersi sul piano razionale che la sperimentazione è una strada sbagliata, che rallenta il progresso anziché accelerarlo, che serve solo a un’industria, e una ricerca asservita, che pone al centro dei suoi interessi il business della salute.

E le alternative ci sono: si chiamano banche dei tessuti, studi in vitro, simulazioni al computer, microdosaggi in tossicologia; e sopratutto la ricerca clinica, l'unica vera ricerca, che non fa male a nessuno e che nel corso dei secoli ha dato davvero dei risultati importanti. Le alternative ci sono e se ne possono sviluppare altre, se solo si volesse, se si investisse, se l’obiettivo fosse il progresso e una medicina che cura davvero e non serve solo a fare soldi.

Ma se davvero possono dimostrare di essere quei paladini del bene e del progresso che professano di essere perché tacciono? Perché non fanno visitare i loro laboratori? Provate a cercare un sito, un luogo di confronto qualunque in cui si difendano le ragioni della sperimentazione sugli animali: io non l’ho trovato!

Robi è qui vicino a me, che passeggia sulla tastiera avanti e indietro e con la sua codina striminzita mi fa sempre cadere gli occhiali; tossisce, ha il naso che le cola, ma mi fa le fusa tutta contenta. La guardo, e in quello sguardo ci sono gli sguardi delle migliaia di animali che ogni giorno vengono infettati, avvelenati fino alla morte, maltrattati e umiliati; ascolto il suo respiro affannato, e sento lo squittiire, il guaire, i miagolii di tutti quelli che sono ancora la dentro e non usciranno che dal camino.

Troveranno la cura del cancro e ci faranno vivere, giovani e belli fino a cent’anni? No, non lo faranno, sapranno solo far guarire i topi dal cancro (forse). E comunque mi dispiace, ma a questo prezzo no, non me ne frega niente! 

Alcuni link di approfondimento e per l’adozione di animali da laboratorio

www.novivisezione.org

www.vitadacani.org

www.vitadatopi.net

 


7 aprile 2007

Buona Pasqua senza agnello

Suvvia, anche il Papa l'ha detto...

Buona Pasqua a tutti.


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